[Relazione FIGC] Calcio italiano malato cronico: conti in rosso, stadi vecchi e giovani ai margini. La scossa che Gravina chiede alla politica - Il Bias
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[Relazione FIGC] Calcio italiano malato cronico: conti in rosso, stadi vecchi e giovani ai margini. La scossa che Gravina chiede alla politica

La relazione sullo stato di salute del calcio italiano, pubblicata dalla FIGC dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, descrive un sistema economicamente insostenibile, con infrastrutture in ritardo, pochi giovani e pochi italiani in campo, riforme bloccate e un rapporto difficile con la politica, a cui si chiede di intervenire anche attraverso una diversa fiscalità e la destinazione al calcio di parte delle entrate derivanti dalle scommesse

La relazione sullo stato di salute del calcio italiano, pubblicata dalla FIGC dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, descrive un sistema economicamente insostenibile, con infrastrutture in ritardo, pochi giovani e pochi italiani in campo, riforme bloccate e un rapporto difficile con la politica, a cui si chiede di intervenire anche attraverso una diversa fiscalità e la destinazione al calcio di parte delle entrate derivanti dalle scommesse.

Un dossier dopo il fallimento Mondiale

La relazione sullo stato di salute del calcio italiano nasce per un’audizione alla Commissione Cultura della Camera, convocata all’indomani della nuova mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale 2026. Dopo le dimissioni, Gravina decide comunque di rendere pubblico il dossier, con l’obiettivo di spostare l’attenzione dai capri espiatori ai nodi strutturali che frenano il sistema.
Nel testo il presidente uscente parla di criticità “note da anni” e di trend «in costante peggioramento», al punto da definire molte debolezze come ormai “strutturali”, e non più contingenti. Il documento è costruito come una lunga requisitoria, ma anche come una piattaforma politica, che richiama Governo, Parlamento, Leghe e club alle proprie responsabilità.

Conti in rosso e sistema insostenibile

Il primo macro-tema è economico-finanziario: il cuore della relazione è la denuncia di un sistema che continua a produrre perdite a ritmi considerati insostenibili. Nonostante negli ultimi anni i ricavi siano cresciuti più dei costi, il calcio professionistico italiano perde ancora oltre 730 milioni di euro l’anno.


Nelle tre stagioni colpite dal Covid (2019-2020, 2020-2021, 2021-2022) i club professionistici hanno accumulato perdite complessive per 3,6 miliardi di euro, un “rosso” che si somma a una struttura di debiti elevati e cronici. Il ReportCalcio più recente fotografa un leggero miglioramento nella stagione 2022-2023, con il valore della produzione vicino ai 4,3 miliardi e perdite aggregate in calo del 37% rispetto all’anno precedente, ma il saldo resta comunque il doppio del pre-Covid.


Gravina mette in fila le cause principali: dipendenza eccessiva dai diritti tv, costi del lavoro ancora troppo alti rispetto ai ricavi, scarsa diversificazione delle entrate, incapacità di generare valore stabile attraverso stadi di proprietà e politiche commerciali moderne. Da qui la definizione di “sistema economicamente insostenibile” e l’accusa di una “cronica incapacità di trovare sintesi” tra le parti, che frena ogni riforma strutturale.

Stadi vecchi e gap infrastrutturale


Il secondo grande capitolo riguarda le infrastrutture, indicate come uno dei segnali più evidenti del declino competitivo del calcio italiano. Secondo i dati citati dalla relazione, l’Italia non rientra nemmeno tra le prime dieci nazioni europee per numero di stadi costruiti o ammodernati tra il 2007 e il 2024.


Questo gap non è solo estetico o di comfort per i tifosi: incide sulla sicurezza, sui ricavi da match-day, sull’attrattività del prodotto per broadcaster, sponsor e pubblico internazionale. Il confronto implicito è con paesi che hanno investito in arene multifunzionali, spesso integrate con aree commerciali e servizi, mentre in Italia progetti e iter autorizzativi si arenano tra burocrazia, vincoli urbanistici e conflitti locali.


Gravina ribadisce che senza un piano serio sugli stadi – non solo per la Serie A, ma anche per le categorie inferiori – diventa impossibile immaginare una crescita stabile dei ricavi e un riequilibrio dei conti. Nel dossier si lega questo tema direttamente alla competitività sportiva: strutture obsolete significano minori risorse da reinvestire in tecnici, vivai, analisi dati e formazione.

Giovani, italiani e Nazionale: un sistema che non li tutela


Un altro asse portante della relazione è il rapporto tra sistema domestico e Nazionale, soprattutto in termini di valorizzazione dei giovani e di impiego dei calciatori italiani. Gravina sottolinea come la Nazionale risenta direttamente delle criticità del movimento: pochi minuti per i giovani, scarsa presenza di italiani in campo, lentezza nella riforma dei campionati giovanili e nel sostegno alle scuole calcio.


Il documento richiama la necessità di rivedere il calendario, i format e i regolamenti in modo da incentivare davvero la crescita di talenti formati in Italia, invece di puntare quasi esclusivamente su giocatori pronti, spesso stranieri, per esigenze di breve periodo. In questo quadro, viene ribadito il ruolo sociale e formativo del calcio di base, che nelle analisi del ReportCalcio genera un impatto economico e occupazionale significativo: circa 11,3 miliardi di euro di impatto sul PIL e quasi 130mila unità lavorative annue attivate nella filiera, con oltre 300mila tesserati in più rispetto al periodo Covid.


Il paradosso, sottolinea la relazione, è che un movimento così esteso e radicato sul territorio non riesca a tradurre questa massa critica in un flusso costante di calciatori di alto livello per la Serie A e per la Nazionale maggiore. Per colmare il divario con i principali concorrenti europei, Gravina invoca investimenti mirati nei settori giovanili e una revisione degli incentivi economici legati all’utilizzo di calciatori formati in Italia.
Riforme mancate, governance divisa e responsabilità politiche


La parte più politica della relazione è dedicata alle riforme rimaste sulla carta e alla frammentazione del sistema di governance. Nel piano strategico approvato dal Consiglio federale nel marzo 2024 erano indicati alcuni obiettivi chiari: ridurre il numero complessivo di club tra area professionistica e Serie D, rivedere il modello di promozioni e retrocessioni e quello di riammissioni e ripescaggi, diminuire anche il numero di Leghe professionistiche.


Secondo Gravina, questi passaggi sono indispensabili per garantire sostenibilità, qualità e regolarità dei campionati, ma si sono scontrati con resistenze interne e mancanza di visione comune tra le componenti del movimento. La relazione parla apertamente di “incapacità di trovare sintesi” tra Leghe, club, sindacati, istituzioni, e denuncia una cultura del rinvio che ha reso croniche situazioni di emergenza.
Sul piano istituzionale, il dossier chiama in causa anche la politica: si ricorda il lavoro della Commissione Marcheschi e la risoluzione con raccomandazioni al Governo, ma si sottolinea come molte proposte siano rimaste senza seguito. La FIGC rivendica di aver presentato più volte piani e richieste – dal Piano Strategico 2024 alle misure urgenti post-Covid sottoposte al Governo Draghi nel 2021 – senza ottenere una risposta sistemica.

Fisco, scommesse e richieste allo Stato


Un capitolo delicato è quello del rapporto con il fisco e con il mondo delle scommesse, che la relazione trasforma in leve potenziali per il rilancio. Gravina torna a chiedere una fiscalità “più competitiva” per il calcio, con misure che accompagnino un percorso di risanamento e non si limitino a interventi emergenziali.
La proposta più discussa è la destinazione di una quota delle entrate statali derivanti dal betting al sistema calcistico, con vincoli di utilizzo “virtuosi”: investimenti in infrastrutture, sviluppo dei settori giovanili, programmi di contrasto alla ludopatia. L’idea, già contenuta in precedenti documenti federali, viene presentata come un patto di corresponsabilità: il calcio riconosce il problema delle dipendenze da gioco, ma chiede che parte delle risorse generate da un settore che vive anche di calcio rientri nella filiera per rafforzare prevenzione e sostenibilità.


Queste richieste sono collocate nel solco delle raccomandazioni della Commissione Marcheschi, dove il coinvolgimento e la collaborazione con le istituzioni sono indicati come priorità. Nella visione della FIGC, una diversa impostazione fiscale e una redistribuzione mirata delle entrate dal betting sarebbero il motore per sbloccare gli investimenti in stadi, vivai e politiche di welfare interno al sistema.

Quale futuro per il calcio italiano


La chiusura del dossier è allo stesso tempo allarmata e propositiva: il calcio italiano viene descritto come un paziente con patologie croniche, ma ancora curabile se si accetta una terapia d’urto condivisa. Servono meno club e campionati più sostenibili, stadi nuovi, un forte investimento sui giovani e una governance capace di superare veti incrociati e corporativismi.


La Nazionale, nelle intenzioni di Gravina, deve diventare il termometro e il motore delle riforme: i fallimenti sportivi non sono incidenti isolati, ma la conseguenza di un ecosistema che non funziona. Per questo la relazione non si limita al calcio giocato, ma chiama in causa Governo, Parlamento, città, tifosi e operatori economici, chiedendo un cambio di paradigma che riporti il sistema su binari di sostenibilità, competitività e responsabilità sociale.

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