La tregua tra Stati Uniti e Iran regge ancora, ma i segnali arrivati venerdì 1° maggio mostrano che la fase più delicata non è affatto chiusa. Da una parte Donald Trump ha detto di non essere soddisfatto dell’ultima proposta iraniana per mettere fine alla guerra. Dall’altra, Pechino ha parlato di “necessità urgente” di mantenere il cessate il fuoco, segnalando che la questione dello Stretto di Hormuz rischia di diventare il vero banco di prova dei colloqui.
Trump frena sull’ultima proposta iraniana
Secondo Associated Press, Trump ha respinto l’ultima risposta inviata da Teheran sulla bozza di accordo, dicendo ai giornalisti di non essere soddisfatto da quanto offerto dall’Iran. Il presidente americano continua così a tenere aperta la pressione negoziale anche mentre la tregua, in vigore da circa tre settimane, ha fermato almeno in parte i combattimenti diretti.
Il punto politicamente più rilevante è che la tregua non coincide ancora con una soluzione condivisa. La Casa Bianca può sostenere che le ostilità principali siano terminate, ma la trattativa resta appesa ai dettagli che contano davvero: libertà di navigazione, sicurezza energetica e condizioni per un’intesa più stabile.
La Cina lega la tregua al dossier Hormuz
Nelle stesse ore, Fu Cong, ambasciatore della Cina alle Nazioni Unite, ha detto che mantenere il cessate il fuoco è una necessità urgente. Il messaggio cinese non è soltanto diplomatico. Pechino ha chiarito che, se lo Stretto di Hormuz sarà ancora un problema quando Trump arriverà in Cina, il tema finirà inevitabilmente al centro del confronto bilaterale.
È un passaggio significativo perché sposta il baricentro della crisi. La tregua non viene più letta solo come rapporto di forza tra Washington e Teheran, ma come questione che tocca direttamente gli interessi cinesi. Per Pechino, Hormuz non è un capitolo secondario: è il punto in cui si incrociano stabilità regionale, flussi energetici e rapporti con gli Stati Uniti.
Il viaggio a Pechino può diventare il passaggio decisivo
Il viaggio di Trump in Cina, riprogrammato per il 14 e 15 maggio 2026 dopo il rinvio causato dalla guerra, può così trasformarsi in un passaggio decisivo. Se nelle prossime due settimane non emergeranno segnali concreti su Hormuz, il vertice con Xi Jinping rischia di assorbire una parte importante del negoziato.
Questo rende la tregua più fragile di quanto appaia. Formalmente i combattimenti si sono fermati, ma la crisi non è uscita dalla sua fase più sensibile. Finché il dossier Hormuz resta aperto, la pace non è ancora una pace: è una sospensione che dipende da un equilibrio diplomatico ancora instabile.
Nel frattempo, anche altri governi stanno ricalibrando la propria posizione sul Medio Oriente, come mostra il caso italiano raccontato in questa analisi sullo stop di Meloni all’accordo sulla difesa con Israele.


