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Eurovision, 5 Paesi contro la partecipazione di Israele (non c’è l’Italia)

5 Paesi si oppongono alla partecipazione di Israele all'Eurovision 2026, per il genocidio a Gaza e altri motivi. Ecco quali sono e le loro motivazioni.

L’Eurovision Song Contest 2026, in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio, avrebbe dovuto essere una grande festa europea della musica. Invece, si è trasformato nel concorso più polemico degli ultimi anni, travolto da tensioni geopolitiche che riflettono le fratture profonde del continente. Cinque nazioni – Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Slovenia e Islanda – hanno abbandonato la competizione per protesta contro la partecipazione di Israele, confermata dall’European Broadcasting Union (EBU) a dicembre 2025. L’Italia, invece, resta in gara e punta al podio.

La scelta di ammettere Israele all’Eurovision

La decisione dell’EBU è arrivata dopo un voto interno: 738 sì, 265 no, 120 astenuti. Un risultato che ha tenuto Israele in gara, nonostante le accuse di “genocidio a Gaza” portate avanti da organizzazioni internazionali e da ampie frange dell’opinione pubblica europea. Molti artisti e broadcaster avevano già espresso opposizione: oltre 1.000 musicisti di tutta Europa hanno firmato petizioni per l’esclusione, citando incoerenza rispetto al bando del 2022 alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. L’EBU ha risposto difendendo la propria posizione: “Non escludiamo i Paesi per motivi politici, ma solo per violazioni dei valori fondanti dell’organizzazione”. Israele, tramite la sua emittente pubblica KAN, ha replicato che “la musica unisce, non discrimina”.

I 5 Paesi boicottatori

Ciascuno dei cinque Paesi ritirati ha motivato la propria scelta con argomenti simili ma sfumature diverse. La Spagna (RTVE) è stata la prima a comunicare il forfait, definendo l’evento “incompatibile con i valori umanitari” e rinunciando persino alla trasmissione televisiva. L’Irlanda (RTE) ha citato le “perdite umane estreme” a Gaza, mentre i Paesi Bassi (Avrotros) hanno parlato di “incompatibilità etica” con la partecipazione israeliana. Slovenia e Islanda hanno seguito a ruota: RÚV, emittente islandese, ha dichiarato che “non c’è gioia in un contest così politicizzato”. In Serbia, intanto, manifestanti hanno sceso in piazza a Belgrado chiedendo il boicottaggio – segnale che il malcontento non si limita alle televisioni pubbliche, ma sale dal basso.

Eurovision 2026, un evento ridotto, tra proteste e sicurezza

Con soli 37 Paesi partecipanti su 43 previsti, questo è il primo boicottaggio multiplo nella storia dell’Eurovision. L'”European Tour 2026″, il tour promozionale pre-gara, è stato cancellato proprio per le numerose defezioni. Vienna è blindata con misure di sicurezza straordinarie, e sono attese manifestazioni pro-Palestina nei giorni della kermesse.

L’Italia e i favoriti

In questo clima teso, tra i protagonisti più attesi c’è la Finlandia con la violinista Linda Lampenius, al centro di polemiche per aver ottenuto il permesso di suonare dal vivo sul palco – una concessione ritenuta da molti un trattamento di favore. Tra i favoriti anche Svezia e Italia. Sal Da Vinci rappresenta il Bel Paese con “Per sempre sì”, lanciata a Sanremo, raccogliendo consensi e ottime recensioni in fase di ascolto pre-gara. La Rai ha scelto di non aderire a nessuna forma di boicottaggio, ignorando gli appelli del movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) e confermando la partecipazione italiana senza particolari polemiche interne.

Un’edizione, insomma, che rischia di essere ricordata più per ciò che non accadrà sul palco che per la musica stessa.

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