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Crisi al Ministero della Cultura: Giuli pensa alle dimissioni, Meloni lo blinda

Giorgia Meloni incontra il ministro della Cultura Giuli, dopo la crisi di questi giorni. I retroscena su possibili dimissioni e fiducia rinnovata.

La bufera al Ministero della Cultura (MiC) non accenna a placarsi. Nella giornata di ieri, 11 maggio, il ministro Alessandro Giuli ha incontrato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Palazzo Chigi in un colloquio lampo chiesto dallo stesso titolare del dicastero, per scongiurare crepe nella maggioranza alla vigilia delle amministrative. L’incontro, durato circa 45 minuti, ha visto Giuli confermare “piena sintonia nell’azione di governo” e gratitudine verso la premier, che ha ribadito il sostegno a un “ministero strategico per l’Italia”.

Ma gli aggiornamenti delle ultime ore dipingono un quadro più complesso. Secondo fonti di Palazzo Chigi, il faccia a faccia ha approfondito i “principali dossier” del MiC – tra cui PNRR culturale, Biennale di Venezia e fondi per la Fenice – e gli sviluppi internazionali sul settore, in un contesto di “normale dialettica politica”. Tuttavia, retroscena da Corriere della Sera e Open.online rivelano divergenze: Giuli avrebbe ammesso “Ho sbagliato, ho provocato un problema al governo”, ricevendo da Meloni un secco richiamo: “Basta errori, così fai un favore alla sinistra. Ora ripartiamo”. Il Foglio, invece, parla di un Giuli sull’orlo: “Non ce la faccio, posso andarmene?”, placato dalla premier con “Ti abbiamo sempre difeso”.

Tutto nasce dai licenziamenti del 9-10 maggio: Giuli ha firmato i decreti di revoca per Emanuele Merlino, capo segreteria tecnica e fedelissimo del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari (FdI), ed Elena Proietti Trotti, segretaria particolare del ministro. Motivo ufficiale: “riorganizzazione interna”. Ma i bene informati puntano sul caso Regeni: il MiC ha negato finanziamenti pubblici al documentario “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” di Simone Manetti, irritando i falchi FdI come Federico Mollicone, responsabile cultura del partito. Giuli avrebbe accusato Merlino di essere un “doppio gioco” filomolliconiano, mentre Proietti era vista come ostacolo burocratico.

Nei gruppi parlamentari FdI l’aria è elettrica: “Giuli vuole farsi cacciare? È harakiri”, tuonano i vertici, bollando la mossa come “regalo alla sinistra”. La senatrice Ronzulli (Fi) minimizza: “Nessuna crisi, governo solido”. Opposizione all’attacco: Avs (Piccolotti) grida al “Ministero contro la cultura”, M5S e PD evocano “caos gestionale” con PNRR a rischio.

Questo è solo l’ultimo atto di tre mesi di frizioni: da gennaio, nomine bloccate, polemiche su Biennale (Giuli contro il direttore Dalisi), ritardi Fenice e rilievi Corte dei Conti. Il MiC appare paralizzato, con uffici senza vertici e fondi UE in bilico. Per il governo Meloni, il timing è micidiale: sondaggi SWG (4 maggio) danno FdI in calo, opposizione al sorpasso. La “piena sintonia” reggerà o i retroscena diventeranno mina vagante? Meloni, maestra di equilibri, sembra aver blindato Giuli per ora, ma la base brucia. Prossimi giorni cruciali, con amministrative all’orizzonte.

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