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Trump e Xi a Pechino: «Partner non rivali», ma il vertice nasconde tensioni strutturali

Il primo summit in terra cinese da 10 anni vede Trump indebolito dalla guerra in Iran e dalle perdite di munizioni, mentre Xi arriva con un’economia in rallentamento. CEO americani cercano approvazioni regolatorie, non grandi accordi. Europa teme di essere scaricata.

È il primo vertice in terra cinese da quasi un decennio quello tra Donald Trump e Xi Jinping, ma i navigli del potere si sono significativamente ribaltati rispetto all’incontro del 2017. Mentre il presidente americano atterra a Pechino accompagnato da CEO di Tesla, Apple, Goldman Sachs e Boeing, il messaggio di Xi Jinping è chiaro e perentorio: ««Dovremmo essere partner, non rivali». «Un rapporto bilaterale stabile fa bene al mondo», ha affermato Xi nel discorso di apertura al Great Hall of the People, aggiungendo «dovremmo aiutarci a vicenda a avere successo e prosperare insieme».

Ma dietro il linguaggio diplomatico si nasconde una realtà molto più complessa. Bloomberg esprime con precisione sintetica l’essenza del summit: «At China Summit, Trump Has CEOs, But Xi Has Leverage». Il viaggio di Trump è in compagnia di Ceo (miliarrdari), ma è Xi a detenere le leve decisive su dazi, Taiwan e controllo delle terre rare.

L’indebolimento americano sul palcoscenico globale

Il contesto geopolitico ha rettificato l’equilibrio di potere. Prima del summit, Trump si trova in una posizione indebolita rispetto all’ottobre scorso. La guerra in Iran ha prosciugato le scorte di munizioni statunitensi, creando interrogativi sulla capacità di difesa dei tradizionali alleati americani, Taiwan incluso. Reuters evidenzia con una serie di 8 grafici come «Trump’s hand has weakened ahead of Xi summit».

Xi, dall’altra parte della barricata, arriva con le sue sfide interne: rallentamento della crescita economica cinese, prezzi dell’energia in salita, rischio recessione globale da sovraesposizione al debito immobiliare. Tuttavia, Pechino ha sfruttato strategicamente l’assenza americana per consolidare alleanze emergenti, in particolare in America Latina dove la Cina è già il primo partner commerciale del Sudamerica con 478 miliardi di dollari di scambi dal 2000 al 2023.

CEO americani: non più grandi accordi ma regolatoria

L’aspetto più rivelatore di questo summit è il cambiamento radicale nella natura della delegazione economica. A differenza del 2017, quando Trump tornò dagli accordi commerciali firmati con clamore – il viaggio è caratterizzato da lusso e annunci commerciali – questa volta la delegazione è ridotta e focalizzata su priorità commerciali di lungo periodo in Cina.

«Boeing e Cargill sono collegati ad accordi di acquisto, ma gli altri partecipanti mirano principalmente a esprimere richieste su input critici essenziali» spiega Reva Goujon, stratega geopolitica al Rhodium Group. Visa e Mastercard sperano di ottenere quote maggiori nelle joint venture cinesi, Meta affronta un ordine di Pechino di annullare l’acquisizione dell’inizio dell’AI Manus per 2 miliardi di dollari, mentre Tesla teme restrizioni cinesi sull’export di attrezzature per la produzione solare che potrebbero mettere a rischio le sue nuove fabbriche in Cina.

«Le aziende statunitensi vedono il vertice meno come un luogo per annunci formali e più come un’apertura politica che potrebbe accelerare le discussioni regolatorie già in corso in Cina» ha confermato una fonte vicina ai preparativi. Il messaggio è evidente: anche per discutere una board di investimenti, la Cina deve dimostrarsi un partner affidabile e non weaponizzare le supply chain.

I nodi irrisolti: Iran, Taiwan, dazi e terre rare

I temi chiave del summit rivelano la profondità delle divergenze strutturali. Sull’Iran, Trump cerca aiuto cinese per mettere pressione a Teheran e riaprire lo Stretto di Hormuz – finora Pechino ha rifiutato. Su Taiwan, Xi ha servito un ultimatum mentre gli USA hanno esaurito le scorte di munizioni, creando dubbi sulla capacità americana di difendere l’isola.

I dazi resteranno un punto di attrito permanente. La tregua annuale dall’ottobre 2025 mantiene i dazi effettivi al 47% circa sui prodotti cinesi, ridotti solo del 10% per la cooperazione sul fentanyl. Le terre rare, controllate restrittivamente da Pechino, sono state posticipate di un anno ma il rischio rimane.

Sulla tecnologia, Trump rivendica leadership USA nell’AI, ma la Cina sta colmando rapidamente il divario in semiconduttori, veicoli elettrici e intelligenza artificiale. Il summit potrebbe ritardare l’escalation ma non risolve i nodi strutturali della competizione tecnologica a somma zero.

L’Europa in prima linea: Brussels watches nervously

Mentre Washington e Pechino ridefiniscono gli equilibri globali, l’Europa osserva con crescente apprensione. Euronews titola: «Trump meets Xi Jinping as Brussels watches nervously». Il rischio per Bruxelles è essere scaricata come terreno di compromesso tra le due superpotenze, con tensioni commerciali riversate sul mercato europeo.

Sky TG24 sottolinea come l’Europa guardi con preoccupazione al vertice Trump-Xi, temendo che venga ridefinito l’assetto strategico internazionale senza il coinvolgimento dell’UE. Il G2 si rivela disfunzionale: summit come questo mettono a nudo l’incapacità di Usa e Cina di governare insieme il sistema globale.

Conclusione: partner sulla carta, rivali nella realtà

X Jinping ha parlato di «parità», «rispetto reciproco», «stabilità» e «cooperazione». «Queste sono le domande vitali per la storia, per il mondo e per le persone. Sono le domande del nostro tempo che tu e io dobbiamo rispondere come leader di grandi nazioni» ha sostenuto Xi rivolgendosi direttamente a Trump.

Ma la realtà rispecchia una sfiducia profonda. Trump ha detto che le relazioni «saranno meglio che mai» e che hanno un «futuro fantastico», definendo Xi un «grande leader» e un amico. Intanto, la competizione structurettale continua, i dazi restano, Taiwan rimane un flashpoint, e la guerra in Iran continua a tensionare le relazioni.

Il vertice di Pechino posticipa l’escalation diplomatica, genera temporaneo buonismo sui mercati, ma lascia irrisolti i nodi che prima o poi esploderanno. Come hanno avvertito Reuters: «Trump-Xi summit augurs more risk than relief». Partner sulla carta, rivali nella sostanza – con il resto del mondo intrappolato nel mezzo.

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