Il tentativo di Zelensky di parlare direttamente con Putin, mentre gli USA arretrano di un passo, apre una fase in cui Europa e Italia possono guadagnare peso ma anche esporsi a nuovi rischi politici, economici e di sicurezza.
Europa tra occasione e rischio irrilevanza
L’idea di un negoziato diretto Zelensky-Putin “senza aspettare gli USA” nasce dalla percezione ucraina che Washington abbia spostato il baricentro delle sue priorità verso l’Iran e il Medio Oriente, relegando la guerra in Ucraina a dossier secondario. In questo vuoto relativo, l’Europa è il candidato naturale a colmare lo spazio lasciato dagli Stati Uniti, ma parte con due handicap: divisioni interne e scarsa credibilità militare.
Se il processo di pace si sposta davvero su un binario più eurocentrico, l’Unione europea dovrà affrontare tre nodi: definire una posizione comune sulle concessioni territoriali eventualmente accettabili, trasformare il proprio potere economico, quindi sanzioni, fondi e ricostruzione, in leva negoziale e dotarsi di garanzie di sicurezza credibili per Kiev. Il rischio opposto, se l’Europa resta passiva, è che l’intesa venga comunque scritta a due, Mosca e Kiev, con l’ombrello solo parziale di Washington, relegando l’Ue a ruolo di finanziatore della ricostruzione ma non di co-architetto dell’ordine di sicurezza post-bellico.
Difesa europea sotto pressione
Una pace negoziata direttamente tra Kiev e Mosca, con un coinvolgimento americano più intermittente, potrebbe spingere l’Europa a fare sul serio sulla difesa comune. Se gli USA riducono il loro impegno, il costo di garantire l’integrità territoriale ucraina e la deterrenza ai confini orientali ricadrà di più su Paesi come Germania, Francia, Polonia e Italia, accelerando il dibattito su spesa militare, industria degli armamenti e integrazione strategica.
Ma c’è anche un’altra possibile conseguenza: un compromesso “debole” tra Zelensky e Putin, mal garantito, potrebbe creare una zona grigia instabile ai confini Ue, con rischi di incidenti militari, crisi migratorie e pressioni ibride, dai cyberattacchi ai sabotaggi energetici fino alla disinformazione, su tutta l’Europa. In questo scenario, l’Ue dovrebbe investire non solo in difesa tradizionale ma anche in resilienza civile, protezione delle infrastrutture critiche e strumenti contro le ingerenze esterne.
Ricostruzione e fatica delle sanzioni
Se emergesse un cessate il fuoco duraturo, l’Europa diventerebbe il principale sponsor della ricostruzione ucraina, con fondi e investimenti che potrebbero valere centinaia di miliardi di euro in decenni. Ciò rappresenterebbe una grande opportunità industriale e politica per l’Ue, ma comporterebbe anche tensioni interne sul “chi paga” e sul legame tra aiuti e riforme interne a Kiev.
Al tempo stesso, il tipo di accordo raggiunto influenzerebbe la traiettoria delle sanzioni contro la Russia: una pace fragile renderebbe difficile un allentamento rapido, prolungando gli effetti su energia, inflazione e competitività dell’industria europea. Una pace più solida, con garanzie di sicurezza accettabili, aprirebbe alla discussione graduale su come rimodulare le sanzioni senza legittimare l’aggressione russa, tema già molto divisivo tra gli Stati membri.
L’Italia nel nuovo equilibrio
Per l’Italia, lo scenario Zelensky-Putin con Stati Uniti defilati è insieme una minaccia e un’occasione per contare di più nel gioco europeo. Minaccia, perché Roma è strutturalmente più esposta agli shock energetici, alle dinamiche migratorie dal fronte orientale e mediterraneo e ai vincoli di bilancio che limitano la crescita della spesa militare. Occasione, perché un negoziato in cui l’Europa gioca un ruolo maggiore offre spazio alla diplomazia italiana per posizionarsi come ponte tra Est e Ovest e tra falchi e colombe sulle sanzioni.
Sul piano sicurezza, l’Italia dovrebbe decidere se restare in una logica di “contributo limitato” alle missioni Nato e Ue o usare il negoziato ucraino come leva per chiedere in cambio una maggiore attenzione alle frontiere Sud, dal Mediterraneo al Sahel. In pratica: più impegno sul fronte Est, quindi deterrenza, presenza militare e addestramento, in cambio di più sostegno europeo e atlantico sulla dimensione migratoria, energetica e di stabilizzazione africana, anche attraverso strumenti come il Piano Mattei.
Energia e vincoli italiani
Le scelte su Ucraina e Russia si intrecciano con la delicata partita energetica italiana. Un accordo di pace che non normalizzi in tempi brevi i rapporti energetici con Mosca obbligherebbe Roma a consolidare definitivamente la diversificazione verso Algeria, Azerbaigian, gas liquefatto e rinnovabili, accelerando investimenti e infrastrutture. Questo si scontra con i vincoli di finanza pubblica e con le nuove regole europee sui conti, che lasciano margini limitati per spesa militare, sostegni sociali e transizione verde.
Dal punto di vista industriale, la ricostruzione ucraina potrebbe aprire spazi importanti per imprese italiane nei settori costruzioni, energia, infrastrutture e agroalimentare, ma servirebbe una strategia di sistema coordinata tra governo, Cdp, Sace e grandi gruppi. Senza un posizionamento politico forte nel negoziato di pace, l’Italia rischia però di arrivare tardi a quella partita, vedendosi scavalcata da Germania, Francia e Paesi del Nord che già lavorano da anni sul mercato ucraino.
Il rischio di una frattura interna
Infine, c’è il fronte interno. Un negoziato diretto Zelensky-Putin, con un’Europa più esposta e un’America meno presente, potrebbe spaccare ulteriormente il dibattito politico italiano tra chi chiede di “chiudere” la guerra quasi a qualunque costo e chi teme che un cattivo accordo legittimi l’aggressione russa. Questo si somma a una crescente stanchezza dell’opinione pubblica verso un conflitto percepito come lontano ma dalle conseguenze concrete sui prezzi, sul lavoro e sulla sicurezza.
Per il governo italiano, la sfida sarà spiegare perché continuare a investire in sicurezza europea e sostegno a Kiev convenga anche all’interesse nazionale, pur in un contesto di risorse limitate e di emergenze interne che vanno dalla sanità al fisco. La credibilità con cui Roma saprà muoversi tra questi vincoli determinerà non solo il peso dell’Italia nella futura architettura di sicurezza europea, ma anche la tenuta del consenso interno di fronte a una guerra che, comunque vada, continuerà a segnare il nostro spazio politico per anni.
È il punto che rende decisiva la nuova iniziativa diplomatica di Zelensky: se Washington non guida più ogni passaggio, l’Europa non può limitarsi ad attendere. E per l’Italia il margine si gioca anche sulla capacità di tenere insieme sicurezza, conti pubblici e questione energetica, senza scoprire né il fronte Est né quello mediterraneo.


