
Una sentenza di un tribunale statunitense, che ha riconosciuto come Meta e Google abbiano progettato piattaforme social con caratteristiche potenzialmente “addictive”, come lo scroll infinito, ha dato a molti genitori una sorta di conferma: non è solo una sensazione, quelle app sono pensate per tenerci incollati allo schermo. La vicenda – raccontata dalla BBC attraverso il caso di una giovane donna, Kaley, che ha denunciato l’impatto dei social sulla sua salute mentale – viene considerata da molti osservatori un passaggio “di svolta” per il modo in cui si giudica la responsabilità delle big tech, ma dice poco, nell’immediato, su cosa possa fare un genitore quando deve togliere il telefono dalle mani dei figli.
Partendo da quell’inchiesta, la BBC ha raccolto i suggerimenti di psicologi dell’età evolutiva, coach genitoriali ed esperti di comunicazione digitale: ne esce una piccola “cassetta degli attrezzi” per provare a ridurre davvero il tempo di schermo di bambini e adolescenti, senza guerre di trincea in famiglia.
1. Cambiare abitudini, ma un passo alla volta
L’istinto di molti genitori è radicale: “Basta, gli tolgo il telefono”. Gli psicologi invitano invece alla prudenza. La psicologa infantile Jane Gilmour sottolinea che ogni cambiamento di abitudine è faticoso e funziona solo se non viene calato dall’alto nel pieno di un litigio: i conflitti su orari e divieti andrebbero gestiti, per quanto possibile, in momenti “neutri”, con la testa fredda.
Un primo accorgimento concreto è creare regole semplici sulla gestione fisica dei dispositivi: stabilire un luogo preciso in casa dove telefoni e tablet vengono riposti, e un punto unico per i caricatori. L’idea è che, finite le attività online, i dispositivi “tornino a posto” e restino lì, riducendo la tentazione del controllo compulsivo.
2. Coinvolgere i ragazzi invece di imporre soltanto divieti
Con preadolescenti e adolescenti, spiegano gli esperti, la chiave è la collaborazione. La psicologa Maryhan Baker invita a riconoscere apertamente la dimensione sociale dei social network: lì passano chat, amicizie, inviti, e fingere che non esista questa pressione rischia solo di far alzare muri.
Da qui il suggerimento di partire da frasi che legittimano il loro punto di vista (“Capisco che è lì che ti senti in contatto con gli altri, capisco la pressione se non ci sei”) per poi proporre di ragionare insieme su spazi e momenti “liberi da schermo” durante la giornata. La coach genitoriale Olivia Edwards insiste su un altro aspetto: senza una relazione forte e di fiducia con il figlio, qualunque regola sui dispositivi diventa una battaglia di logoramento, mentre un legame solido aumenta le chances di cooperazione.
3. Trasformare il tema “social” in una palestra di educazione digitale
Il gap tra genitori e figli rispetto ai trend online è enorme, ma può diventare un’occasione educativa. Edwards suggerisce di usare domande aperte per stimolare il senso critico dei ragazzi: chiedere come, secondo loro, funzioni un’app, in che modo la piattaforma guadagni dal tempo che passiamo online, perché certi contenuti compaiano più spesso di altri.
Gilmour propone di lavorare anche sulla verifica dei contenuti: guardare insieme un video o un post e chiedersi se ciò che viene mostrato o affermato sia plausibile, come si potrebbe controllare, quali segnali facciano pensare a una fonte affidabile o meno. In questo modo, lo schermo non è solo intrattenimento, ma anche occasione per allenare alfabetizzazione digitale e capacità di valutare informazioni e manipolazioni.
4. Essere il primo esempio (anche nei propri difetti)
Tutti gli esperti concordano su un punto: non si può chiedere a bambini e ragazzi di staccare, se gli adulti per primi sono sempre assorbiti dal proprio smartphone. Maryhan Baker suggerisce di affrontare la questione con un po’ di autoironia, ammettendo di non essere “perfetti” nella propria relazione con il telefono e proponendo sfide comuni (“Proviamo tutti a non guardarlo a tavola”, “Facciamo mezz’ora senza schermi e vediamo come va”).
Jane Gilmour aggiunge un tassello spesso sottovalutato: rivalutare la noia. Stare un po’ senza stimoli, “fissare il vuoto”, lasciare vagare la mente, è fondamentale per immaginare, ripensare al passato, proiettarsi nel futuro e alimentare la creatività. Quando i figli protestano perché “non c’è niente da fare”, sottolinea, non è necessariamente un problema da risolvere subito con un cartone o un video su TikTok; può essere l’occasione per scoprire un’attività diversa o, semplicemente, per imparare a tollerare il vuoto.
5. Niente panico: i cervelli dei ragazzi sono più flessibili di quanto pensiamo
Dietro l’ansia di molti genitori c’è il timore che i social “rovinino” in modo irreversibile il cervello dei figli. Tony Sampson, studioso di comunicazione digitale all’Università dell’Essex, invita però a non scivolare nel panico morale: il rischio di sovrastimare l’“addizione” generalizzata è alto e rende difficile concentrarsi sulle situazioni davvero problematiche.
Sampson ricorda che adolescenti e bambini hanno una forte neuroplasticità: le loro reti neurali sono, per natura, più capaci di adattarsi, cambiare e recuperare rispetto a quelle degli adulti. Secondo lui non è corretto dire che i social “accorciano” l’attenzione; piuttosto la catturano e la indirizzano verso contenuti commerciali. Se usata in modo consapevole e guidato, la tecnologia può al contrario stimolare creatività, curiosità, voglia di esplorare e imparare. La sfida più importante per i genitori, in questa prospettiva, non è demonizzare gli schermi, ma costruire con i figli un uso positivo e sorvegliato degli strumenti digitali.


