Secondo un reportage del New York Times, il Primo Ministro israeliano Netanyahu ha convinto Trump ad attaccare l’Iran presentando promesse che si sono rivelate completamente false. Non è una questione di valutazioni divergenti o di rischi calcolati: è una truffa vera e propria, costruita con informazioni deliberatamente esagerate e piani totalmente irrealistici.
L’11 febbraio, Netanyahu si è presentato alla Casa Bianca con il capo del Mossad e militari israeliani. Ha promesso a Trump un cambio di regime “in poche settimane”, affermando che le proteste interne fomentate da agenti israeliani, abbinate ai bombardamenti americani, avrebbero rovesciato il governo iraniano. Ha dipinto uno scenario di vittoria rapida e pulita, dove gli Stati Uniti avrebbero distrutto il programma missilistico iraniano senza però restarne intrappolati.
La CIA ha definito il piano “ridicolo”. Il generale Dan Caine ha spiegato a Trump che Netanyahu aveva una “prassi abituale”: promettere più di quanto potesse mantenere, con piani “non sempre ben definiti”. L’intelligence americana ha valutato che il cambio di regime era “staccato dalla realtà”. Trump, tuttavia, ha scelto di credere a Netanyahu invece che ai propri esperti.
Due settimane dopo l’inizio dei combattimenti del 28 febbraio, nessuno degli obiettivi promessi era stato raggiunto. Il cambio di regime—l’argomento centrale della persuasione di Netanyahu—si era rivelato un’illusione. La guerra, che doveva essere rapida e risolutiva, si è trascinata. Gli Stati Uniti si sono trovati intrappolati esattamente nello scenario che temevano.
Quello che rende questa vicenda particolarmente umiliante per Trump è il nucleo della sua stessa auto-narrazione. Per decenni Trump ha parlato di intelligenza, furbizia e acume negli affari come fattori fondamentali del successo. Ha costruito la sua immagine pubblica attorno all’idea di essere il “grande negoziatore”, l’uomo che non si fa fregare, che sa leggere le persone e gli interessi nascosti. Era ossessionato dall’idea che gli altri potessero ingannarlo—e tuttavia, nel momento decisivo, Netanyahu l’ha fatto esattamente questo.
I principali editoriali americani hanno sottolineato l’ironia crudele della situazione: Trump, che aveva criticato le precedenti amministrazioni per essere state “ingenue” con gli alleati, si è rivelato straordinariamente ingenuo proprio quando aveva accesso alle migliori analitiche di intelligence del mondo. La sua decisione di ignorare la CIA per credere alle promesse di Netanyahu contraddice direttamente il valore che lui stesso ritiene più importante—l’intelligenza nel valutare le situazioni.
Non si tratta nemmeno di una questione su cui Trump possa facilmente costruire una narrativa alternativa. Non può dire che “non sapeva” o che “gli era stato consigliato male”: i suoi stessi esperti, il direttore della CIA, il suo capo di stato maggiore, gli hanno detto chiaramente che il piano era illusorio. Ha scelto comunque di procedere, mosso da uno slancio di fiducia mal riposta verso Netanyahu.
La domanda ora è se questa umiliazione—perché di umiliazione si tratta—possa rompere i rapporti tra Trump e Netanyahu. Trump è un uomo che non dimentica facilmente di essere stato beffato. La sua lealtà ai collaboratori dipende spesso da quanto ritiene di essere stato trattato “giustamente”. Essere truffato, fregato, beffato è per Trump la peggiore offesa possibile, perché colpisce direttamente quello che considera il suo principale attributo: l’intelligenza negli affari.
Netanyahu ha scommesso che l’alleanza strategica USA-Israele fosse più forte di qualsiasi umiliazione tattica. Ma ha sottovalutato quanto profondamente Trump reagisca quando si sente preso in giro. Se le cose continueranno a peggiorare in Iran, se i costi americani continueranno a crescere mentre i risultati promessi non arrivano, potremmo presto scoprire se Netanyahu ha commesso un errore di calcolo ancora più grave della guerra stessa.
