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Guerra in Iran: l’Italia rischia l’ondata migratoria dall’Africa

La guerra in Iran innesca una profonda crisi economica in Africa, con rincari di benzina e cibo che destabilizzano il continente. L’Italia rischia una nuova ondata migratoria e il Piano Mattei è sotto stress.

governo meloni piano mattei

L’onda lunga della guerra in Iran sta già colpendo l’Africa, e il rischio è che la prossima scossa arrivi sulle coste italiane ed europee sotto forma di nuova pressione migratoria. Il paradosso è sempre lo stesso: un conflitto nato altrove, ma pagato dai più fragili, in paesi che con quella guerra non hanno alcuna voce in capitolo.

Benzina, cibo, valute: il conto salato per l’Africa

In molte città africane la guerra si misura in cifre alla pompa di benzina, non nei bollettini militari. A Lagos, in Nigeria, i prezzi del carburante sono balzati di circa un terzo dall’inizio del conflitto in Iran, erodendo i margini di chi vive di economia informale e lavora a giornata. Quello che succede lì è solo l’esempio più visibile di una dinamica che attraversa l’intero continente: la quasi totalità dei paesi africani importa prodotti petroliferi raffinati e dipende dal trasporto su gomma per far circolare cibo e beni di prima necessità.

Con il petrolio spinto sopra i 100 dollari al barile dal blocco parziale dello stretto di Hormuz e dall’incertezza sulle forniture dal Golfo, il rincaro del carburante diventa immediatamente rincaro di tutto il resto. Economisti e centri di ricerca che seguono l’Africa avvertono: i prezzi dell’energia stanno alimentando un’ondata inflazionistica che colpisce soprattutto le famiglie più povere e mette sotto pressione valute già fragili. Per i paesi che sono già dentro programmi con il Fondo monetario, l’aumento della bolletta energetica erode le riserve valutarie e rischia di trasformare una crisi di liquidità in crisi sociale.

Dietro le percentuali ci sono scelte quotidiane sempre più drastiche: meno pasti al giorno, rinuncia a cure mediche, figli ritirati da scuola perché la priorità diventa il lavoro informale. È esattamente in questi contesti che, negli ultimi dieci anni, si sono innescate le catene che portano parte della popolazione a spostarsi prima internamente, poi verso i paesi vicini, infine a guardare al Mediterraneo.

Dall’inflazione alla fuga: come si apre il corridoio migratorio

Le grandi crisi migratorie non nascono all’improvviso: sono la fase finale di un accumulo di shock economici, politici e climatici. La guerra in Iran può diventare il detonatore che si aggiunge a un terreno già saturo: post-pandemia, debito in aumento, caro-cibo per gli effetti ancora in corso della guerra in Ucraina, siccità e alluvioni in diverse regioni africane.

Il meccanismo è semplice e implacabile. Prima si riducono i consumi, poi si erodono i risparmi, infine chi può cerca reddito altrove. Prima si migra dall’area rurale alla città; se la città non offre sbocchi, si tenta il salto verso un altro paese africano percepito come più stabile; solo in ultima istanza si guarda all’Europa, spesso dopo anni di spostamenti interni. Il punto è che la guerra in Iran agisce contemporaneamente su più leve: aumenta i costi di trasporto del cibo, pesa sulla produzione agricola (fertilizzanti più cari, filiere logistiche più incerte), peggiora i conti pubblici e limita lo spazio di manovra dei governi.

Non serve che il collasso sia generale per vedere gli effetti sul Mediterraneo. Bastano alcuni paesi chiave, già fragili, messi ulteriormente sotto stress. Analisti che studiano la regione segnalano economie come Zimbabwe, Lesotho, piccoli stati molto dipendenti dalle importazioni di energia, come tra i più vulnerabili a shock prolungati nei prezzi del petrolio. Se a questo si sommano instabilità politica, insicurezza o conflitti locali, il salto da crisi economica a crisi migratoria è breve.

Italia, Mediterraneo e Piano Mattei sotto stress

Il Piano Mattei, lanciato con il Vertice Italia-Africa del 2024, è esplicitamente pensato come strumento per affrontare “le cause profonde dell’immigrazione illegale di massa” offrendo opportunità economiche e canali di migrazione legale, e allo stesso tempo garantire all’Europa nuove fonti energetiche dal Sud al Nord.

Più del 70% delle importazioni italiane dall’Africa è costituito da prodotti energetici, e nel 2023 il continente africano è diventato il primo partner energetico dell’Italia. L’idea di fondo è chiara: ridurre la dipendenza dalle forniture da Est, sostituendole con gas e, in prospettiva, rinnovabili dal Sud del Mediterraneo e da altre aree africane. Ma una guerra che fa schizzare i prezzi dell’energia e destabilizza i paesi fornitori rischia di rendere più fragile proprio l’architettura su cui si regge il Piano Mattei.

C’è poi una tensione di fondo: il Piano nasce come partenariato “non predatorio”, ma integra in modo molto diretto interessi italiani in termini di sicurezza energetica e controllo delle migrazioni. In un contesto in cui l’Africa viene colpita duramente da una crisi che non ha causato, il rischio è che qualunque condizionalità sui flussi migratori venga percepita come una richiesta unilaterale da parte europea, mentre sul terreno aumentano i prezzi, diminuiscono le opportunità e cresce la frustrazione sociale.

Se i governi africani si trovano costretti a deviare risorse verso la gestione dell’emergenza energetica e alimentare, è verosimile che molti dei progetti promessi – infrastrutture, investimenti produttivi, programmi di formazione – rallentino o restino sulla carta. Questo indebolirebbe proprio quel “compromesso” alla base del Piano: meno partenariato concreto, più percezione di un accordo centrato sui desideri di Roma e Bruxelles di tenere a distanza i flussi migratori.

Un Mediterraneo più esposto

Sul piano geopolitico, la guerra in Iran sta già ridisegnando le mappe delle rotte energetiche e commerciali. La chiusura o anche solo la riduzione del traffico di petroliere e gas liquefatto nello stretto di Hormuz spinge alcuni attori a cercare vie alternative, ma nel breve periodo significa soprattutto prezzi più alti, assicurazioni più costose, navi bloccate nei porti.

Per l’Italia, questo implica almeno tre elementi di vulnerabilità. Primo, un contesto economico globale più instabile, che rende più complicato assorbire eventuali arrivi migratori in una fase di rallentamento o incertezza. Secondo, la possibilità che paesi di transito nel Nordafrica – già chiamati a gestire flussi in cambio di aiuti e cooperazione – si ritrovino essi stessi sotto pressione economica per caro-energia e caro-cibo, con meno capacità o volontà di fare da “filtro”.

Terzo, il fatto che la guerra in Iran stia aiutando economicamente altri attori con cui l’Europa è in tensione, a partire dalla Russia, che incassa di più grazie ai prezzi alti di petrolio e gas. Più risorse nelle casse di Mosca significano maggior capacità di proiezione di influenza anche in Africa, dove la competizione con l’Europa – Italia inclusa – è già aperta su sicurezza, minerali critici, infrastrutture. In questo quadro, il Mediterraneo rischia di diventare la cerniera dove si scaricano contemporaneamente gli effetti economici del conflitto e le sue conseguenze migratorie.

Cosa può succedere adesso

Tutto dipende da due variabili: quanto durerà la guerra e quanto saranno profonde le ferite sui bilanci pubblici e sulle tasche delle famiglie africane. Esperti di energia e analisti economici avvertono che, se il conflitto si prolungasse per molti mesi, l’Africa entrerebbe in un territorio inesplorato in termini di impatto cumulativo di crisi globali consecutive. In uno scenario del genere, pensare che i flussi migratori verso l’Europa restino stabili sarebbe un’illusione.

Per l’Italia questo non è un tema astratto. Un piano per “aiutare l’Africa a casa sua” regge solo se casa sua non viene continuamente travolta da shock petroliferi, inflazione e rincari alimentari generati da guerre lontane. Se la distanza tra promesse di partenariato e realtà sul terreno si allarga troppo, quella frattura rischia di riaprirsi in mare, tra il Nordafrica e le nostre coste.

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