Il negoziato tra Stati Uniti e Iran per fermare la guerra iniziata a fine febbraio è entrato in una fase di stallo pericolosa, dopo che Teheran ha formalmente respinto l’ultima proposta di pace americana e Donald Trump ha bollato la risposta iraniana come “totalmente inaccettabile” e “inappropriata”. La rottura avviene mentre sul terreno regge a fatica una tregua fragile, conquistata dopo settimane di bombardamenti incrociati, attacchi nello Stretto di Hormuz e raid contro infrastrutture energetiche nel Golfo.
Il piano Usa in 15 punti
Secondo le ricostruzioni della stampa statunitense e di media europei che citano fonti di Washington, l’ultimo piano Usa era strutturato come un memorandum di 15 punti, pensato come “cornice” per dichiarare la fine della guerra e aprire una finestra di 30 giorni di negoziati dettagliati. L’impianto prevedeva una moratoria sull’arricchimento dell’uranio da parte iraniana, una graduale rimozione delle sanzioni americane e lo scongelamento di miliardi di dollari di fondi di Teheran bloccati all’estero. Altro pilastro del testo riguardava lo Stretto di Hormuz: entrambe le parti avrebbero dovuto eliminare le restrizioni alla navigazione, riaprendo i flussi commerciali e in particolare il traffico di petrolio e gas dal Golfo.
La proposta è stata recapitata a Teheran tramite mediatori regionali, con il Pakistan indicato come uno dei canali principali, dopo circa due settimane di lavoro diplomatico dietro le quinte. Nelle intenzioni della Casa Bianca, il pacchetto doveva offrire all’Iran una via d’uscita che salvasse la faccia al regime, a fronte però di impegni stringenti sul nucleare e sulla sicurezza marittima.
Il “no” di Teheran e la controproposta
Dopo giorni di silenzio, l’Iran ha trasmesso la sua risposta ufficiale, articolata in dieci punti, sempre tramite il Pakistan e altri mediatori. Stando al resoconto dell’agenzia ufficiale Irna, ripreso da Askanews, Teheran respinge l’ipotesi di un semplice cessate il fuoco temporaneo e insiste invece sulla “necessità di una cessazione permanente della guerra” alle proprie condizioni e alla luce “delle esperienze precedenti” con gli Stati Uniti. La bozza iraniana chiede garanzie più ampie sulla rimozione delle sanzioni, sulla sicurezza del regime e sul riconoscimento di un ruolo regionale di Teheran che Washington non sembra disposta a concedere.
In più occasioni, la leadership iraniana ha fatto trapelare la propria diffidenza di fondo: “Nessuno si può fidare degli Stati Uniti”, ha ribadito Teheran in un passaggio ripreso da Euronews, collegando l’accettazione di un accordo a un cambiamento strutturale dell’atteggiamento di Washington. In sostanza, l’Iran teme di firmare un’intesa che congeli la situazione militare senza smantellare l’architettura di pressione economica e politica costruita dagli Usa nell’ultimo decennio.
La reazione di Trump: “Totalmente inaccettabile”
La risposta iraniana ha scatenato l’ira del presidente americano. In un post secco su Truth Social, rilanciato da diversi media internazionali, Trump ha definito “totalmente inaccettabile” la lettera arrivata da Teheran, precisando che “non gli piace affatto” il tono usato dai “cosiddetti rappresentanti dell’Iran”. Nelle stesse ore, secondo la ricostruzione del Corriere della Sera, la Casa Bianca ha lasciato filtrare che, se l’Iran non rientrerà rapidamente nei binari della proposta Usa, “la guerra proseguirà” e i 30 giorni di finestra negoziale potrebbero svanire.
La linea comunicativa è chiara: presentare l’amministrazione come disponibile alla pace, ma al tempo stesso determinata a non accettare “ricatti” da parte di Teheran. È una strategia che parla anche all’elettorato interno, dove Trump costruisce da anni la propria immagine di leader duro con l’Iran, dalle sanzioni sull’export di petrolio fino all’attuale campagna militare con Israele.
Stretto di Hormuz e rischio escalation
In parallelo, lo scenario sul terreno resta estremamente volatile. Nelle ultime settimane sono ripresi episodi di tensione nello Stretto di Hormuz, con attacchi iraniani a navi commerciali e lanci di droni verso Paesi del Golfo, mentre gli Stati Uniti mantengono in zona una presenza navale rafforzata. Lo stallo negoziale rischia di riaccendere la guerra aperta proprio sul fronte marittimo, punto nevralgico per le rotte energetiche globali e per l’economia europea.
Il fallimento di precedenti colloqui a Islamabad aveva già mostrato quanto fosse difficile trovare un’intesa su due temi chiave: il controllo sullo Stretto e il destino del programma nucleare iraniano. La bocciatura dell’ultimo piano Usa da parte di Teheran complica ulteriormente la possibilità di consolidare la tregua, che appare sempre più come una pausa tattica prima di una possibile nuova escalation.
Perché lo stallo fa comodo a entrambi (per ora)
Dietro lo scontro di bozze e dichiarazioni, molti analisti americani vedono una convergenza paradossale: né Washington né Teheran sembrano avere, oggi, un incentivo forte a chiudere definitivamente il dossier. Per Trump, mantenere alta la pressione sull’Iran consente di mostrarsi inflessibile sul fronte della sicurezza e di tenere unito il fronte con Israele e alcuni alleati del Golfo. Per Teheran, prolungare il braccio di ferro serve a dimostrare al proprio interno di non cedere ai diktat americani, continuando però a negoziare tramite mediatori per evitare un collasso militare ed economico.
La finestra per un compromesso non è chiusa, come dimostra il ruolo ancora attivo di Pakistan e altri attori regionali, ma ogni nuovo scambio di documenti sembra allontanare il punto di caduta. Finché nessuna delle due parti sarà disposta a fare il primo vero passo indietro – sull’uranio per l’Iran, sulle sanzioni e sulle garanzie di sicurezza per gli Stati Uniti – la formula resterà la stessa: tregua fragile, diplomazia a bassa intensità e una guerra che può riaccendersi in qualsiasi momento nello Stretto di Hormuz e oltre.


