La nuova legge elettorale, il cosiddetto “Melonellum 2.0”, trasformerebbe il sistema di voto in un proporzionale con premio di maggioranza più difficile da ottenere, niente ballottaggio e obbligo di indicare il candidato premier prima del voto.
Il testo, atteso in Aula alla Camera il 26 giugno, interviene su uno dei dossier più delicati della maggioranza e prova a collegare il voto a una maggiore stabilità di governo. Dopo settimane di confronto sulla riforma elettorale, la nuova versione corregge alcuni punti della proposta iniziale e ridisegna gli incentivi per partiti e coalizioni.
Dal Rosatellum al proporzionale corretto
Oggi Camera e Senato sono eletti con il Rosatellum, un sistema misto: circa un terzo dei seggi viene assegnato nei collegi uninominali maggioritari, mentre il resto passa dal metodo proporzionale con liste bloccate.
Il Melonellum 2.0 cancellerebbe i collegi uninominali e porterebbe il sistema verso un proporzionale corretto da un premio di governabilità. In sostanza, i seggi di base sarebbero distribuiti proporzionalmente tra partiti e coalizioni in circoscrizioni plurinominali, mentre il premio scatterebbe solo se chi arriva primo supera una soglia precisa.
Premio di maggioranza al 42%
La modifica più importante riguarda proprio la soglia. Nel primo impianto il premio era legato al 40% dei voti; nel nuovo testo si sale al 42%. Il premio verrebbe attribuito soltanto alla lista o coalizione che superi il 42% dei voti validi sia alla Camera sia al Senato.
Il meccanismo serve a portare il vincitore a una maggioranza ampia ma non eccessiva, con un tetto indicato intorno al 55% dei seggi: fino a 220 deputati su 400 e 113 senatori su 200. L’obiettivo politico è garantire governabilità senza consegnare automaticamente una maggioranza vicina ai due terzi, soglia che avrebbe effetti pesanti anche sulle riforme costituzionali.
Se nessuno raggiunge il 42% in entrambe le Camere, il premio non scatta. In quel caso i seggi sarebbero distribuiti interamente con il proporzionale e la formazione del governo tornerebbe a dipendere dai rapporti di forza parlamentari dopo il voto.
Niente ballottaggio
Nel testo precedente era prevista l’ipotesi di un ballottaggio nazionale tra le prime due coalizioni o liste se nessuna avesse raggiunto la soglia prevista. Questa ipotesi viene ora eliminata.
È un passaggio politicamente rilevante, perché il secondo turno era uno dei punti più contestati dalle opposizioni e da diversi costituzionalisti. Senza ballottaggio, la governabilità dipende tutta dal risultato del primo turno: se il vincitore supera il 42% ottiene il premio, altrimenti il sistema resta proporzionale.
Liste bloccate e circoscrizioni
Le liste restano bloccate. L’elettore potrà votare il simbolo di un partito o di una coalizione, ma non indicare preferenze sui singoli candidati. Gli eletti saranno quindi scelti in base all’ordine deciso dai partiti.
Le circoscrizioni restano quelle oggi usate per la parte proporzionale del Rosatellum, mentre i collegi uninominali vengono soppressi. Restano necessari adattamenti specifici per territori come Valle d’Aosta e Alto Adige, dove la legge deve tenere conto della tutela delle minoranze linguistiche.
Il nodo delle preferenze resta comunque politico. Fratelli d’Italia e Noi Moderati spingono per reintrodurle, ma il testo uscito dal confronto di maggioranza non le prevede. La questione potrebbe tornare durante l’esame parlamentare.
Sbarramento e piccoli partiti
La soglia di sbarramento resta al 3% su base nazionale per i partiti che corrono da soli, sia alla Camera sia al Senato. Per le coalizioni entrano nella ripartizione dei seggi le liste che superano il 3%.
La novità è il cosiddetto paracadute per i piccoli alleati: all’interno di una coalizione potrebbe essere recuperato anche il primo partito sotto soglia, cioè la lista non ammessa che ha ottenuto più voti. È un meccanismo pensato per ridurre la dispersione e rendere più conveniente l’aggregazione attorno ai partiti maggiori.
Il candidato premier obbligatorio
La novità più politica è l’obbligo di indicare il candidato premier. Ogni lista o coalizione dovrà comunicare, al momento del deposito dei simboli e dei programmi, il nome che intende proporre per Palazzo Chigi. Se il nome non viene indicato, la lista o la coalizione non viene ammessa.
Il nome del candidato premier non comparirà sulla scheda, perché la nomina del presidente del Consiglio resta una prerogativa del Capo dello Stato. Tuttavia il collegamento politico tra voto, maggioranza e guida del governo diventerebbe molto più esplicito.
Per il centrodestra, che oggi ha una leadership riconosciuta in Giorgia Meloni, il vincolo appare gestibile. Per le opposizioni, soprattutto se puntano a un campo largo, la regola costringe invece a sciogliere prima del voto il nodo della leadership e del perimetro dell’alleanza.
Cosa cambia per elettori e partiti
Per gli elettori cambierebbero tre cose essenziali: spariscono i collegi uninominali, resta il voto al simbolo senza preferenze e il premio di maggioranza diventa possibile solo sopra il 42%. Sotto quella soglia, il Parlamento rispecchierebbe in modo molto più proporzionale la distribuzione dei voti.
Il rovescio della medaglia è l’aumento del peso dei vertici di partito nella scelta degli eletti e nella definizione preventiva del candidato premier. L’elettore avrebbe un quadro politico più chiaro prima del voto, ma meno possibilità di incidere sui singoli parlamentari.
Per i partiti, il Melonellum 2.0 cambia gli incentivi. Il centrodestra punta a trasformare un eventuale risultato sopra il 42% in una maggioranza stabile. Il centrosinistra, invece, viene spinto verso alleanze più chiare e meno ambigue, perché senza un candidato premier condiviso e senza una coalizione competitiva il premio resterebbe fuori portata.
La vera incognita resta il caso più realistico: un risultato frammentato sotto la soglia. In quel caso il premio non scatterebbe, il sistema diventerebbe proporzionale puro e la formazione del governo dipenderebbe di nuovo dai negoziati parlamentari. È qui che si capirà se il Melonellum 2.0 servirà davvero a rendere più stabile il sistema o se finirà per riportare la politica italiana dentro la logica delle maggioranze costruite dopo il voto.


