L’Arabia Saudita ha lanciato un appello diretto agli Stati Uniti per revocare il blocco navale dello Stretto di Hormuz imposto da Donald Trump lunedì 13 aprile, avvertendo che Teheran potrebbe rispondere chiudendo il Bab al-Mandeb, il chokepoint strategico nel Mar Rosso che minaccia le esportazioni petrolifere di Riyadh. Questa pressione diplomatica rappresenta una crepa significativa nella coalizione anti-Iran e un segnale di preoccupazione crescente tra i principali produttori di petrolio del Golfo.
La mossa saudita arriva a sole 36 ore dall’entrata in vigore del blocco USA, deciso dopo il fallimento dei colloqui di pace a Islamabad, e mentre i prezzi del petrolio Brent hanno già superato gli 85 dollari al barile con le prime navi cisterna che testano i limiti dell’embargo americano.
La pressione saudita: un alleato chiave si ribella
Secondo fonti diplomatiche, funzionari di alto livello del Regno hanno contattato il Dipartimento di Stato e il Pentagono per esprimere “preoccupazioni urgenti” sul blocco. Riyadh teme che l’Iran, già indebolito economicamente, possa ricorrere a una rappresaglia asimmetrica: il controllo del Bab al-Mandeb, attraverso il quale transita circa il 12% del commercio marittimo globale e gran parte del petrolio saudita verso Europa e Asia.
L’Arabia Saudita, principale alleato regionale degli USA e da sempre in prima linea contro Teheran, vede nel blocco un rischio eccessivo per la propria economia, già colpita dalla guerra e dalle tensioni nel Mar Rosso causate dagli Houthi (sostenuti dall’Iran).
Questa posizione segna un divario strategico tra Washington e Riyadh: mentre Trump persegue una linea dura, i sauditi privilegiano una de-escalation per evitare un effetto domino che paralizzerebbe i flussi energetici globali.
Il contesto: dal fallimento di Islamabad al blocco navale
La decisione di Trump arriva immediatamente dopo il collasso dei negoziati pakistani del 11 aprile, dove il vicepresidente JD Vance ha lasciato Islamabad senza accordo su tregua permanente, nucleare e pedaggi iraniani nello Stretto di Hormuz. Il Pentagono ha dispiegato la USS Tripoli con F-35B stealth e due Marine Expeditionary Units, annunciando il blocco totale di tutti i porti iraniani dalle 14:00 GMT di lunedì.
Nella giornata di ieri, 13 aprile:
- Una nave cisterna legata alla Cina e sanzionata dagli USA ha attraversato lo stretto, testando la tenuta del blocco senza essere intercettata.
- Vance ha accusato l’Iran di “economic terrorism” per i pedaggi imposti sulle petroliere.
- I prezzi del petrolio sono schizzati in alto, con timori di un’impennata oltre i 100 dollari se l’Iran reagisse chiudendo Hormuz completamente.
L’intelligence USA prevede una risposta iraniana “imminente”, potenzialmente su più fronti: mine navali residue, droni Houthi nel Mar Rosso e cyber-attacchi.
Bab al-Mandeb: il tallone d’Achille saudita
Il Bab al-Mandeb, largo appena 27 km nel punto più stretto, è il passaggio obbligato per il petrolio saudita verso Suez e il Mediterraneo. Gli Houthi yemeniti, armati da Teheran, lo hanno già reso insicuro con oltre 100 attacchi nel 2025-2026. Una chiusura iraniana (tramite proxy) potrebbe:
- Paralizzare le esportazioni saudite (8 milioni di barili/giorno).
- Far esplodere i prezzi energetici globali, colpendo USA, Europa e Asia.
- Coinvolgere Egitto (Suez) e Israele (Eilat), già sotto pressione.
Riyadh, che ha investito miliardi in Aramco per diversificare le rotte, non può permettersi un secondo chokepoint bloccato. I sauditi hanno già aumentato le spedizioni via oleodotti terrestri verso il Mar Rosso, ma la capacità è limitata.
Implicazioni geopolitiche: crepe nella coalizione anti-Iran
Questa frizione USA-Arabia Saudita evidenzia i limiti della strategia trumpiana:
- Isolamento regionale: Israele resta l’unico alleato incondizionato, ma senza il Golfo il contenimento iraniano perde efficacia.
- Rischio Cina: Pechino, che importa il 50% del petrolio via Hormuz, ha già definito il blocco “illegale” e continua a rifornire Teheran.
- Pressioni interne USA: Wall Street e le major petrolifere spingono per un “off-ramp” per evitare una recessione energetica.
Le prime navi hanno iniziato a testare il blocco, con la USS Tripoli che ha intercettato due petroliere iraniane vuote, ma senza incidenti. Trump ha twittato: “Iran will beg for mercy soon”, ma la pressione saudita complica lo scenario.
Prospettive: escalation o compromesso?
L’intervento saudita potrebbe costringere Trump a una retromarcia parziale: magari limitare il blocco ai soli porti militari iraniani o negoziare con Riyadh un “patto energetico” che preservi Hormuz in cambio di garanzie sul Mar Rosso. Altrimenti, il rischio è una guerra per procura su due fronti marittimi, con conseguenze catastrofiche per l’economia globale.
Riyadh-Trump: un divorzio che l’Iran osserva con soddisfazione. La palla passa alla Casa Bianca, ma il tempo stringe mentre le prime petroliere attendono al largo di Hormuz.
Fonti e approfondimenti


