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Meloni e le “ginocchiere”: il chiarimento di Silvestri (M5S), le reazioni del Pd e della maggioranza

La frase di Silvestri su Meloni “con le ginocchiere” accende lo scontro su sessismo e linguaggio politico. Cosa hanno detto dopo lui, Meloni, Boldrini, il PD e la maggioranza.

La polemica sulle “ginocchiere” rivolte a Giorgia Meloni alla Camera è durata ben oltre la seduta sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo, trasformandosi in un caso politico e simbolico su sessismo, linguaggio parlamentare e rappresentanza delle donne. Tutto nasce dall’intervento del deputato M5S Francesco Silvestri, che attacca la premier accusandola di subalternità a Donald Trump e Benjamin Netanyahu; ma nelle ore successive arrivano la replica durissima di Meloni, le reazioni del centrosinistra, le note di chiarimento e le prese di posizione di esponenti di maggioranza e opposizione.

L’attacco di Silvestri e l’esplosione del caso

Durante il dibattito alla Camera, Silvestri accusa la premier di non aver “raddrizzato la schiena” rispetto ai leader della destra internazionale. Secondo la ricostruzione de Il Fatto Quotidiano, il deputato sostiene che dopo il referendum sulla riforma la linea del governo doveva essere quella di rialzarsi dalla posizione “supina” tenuta verso Netanyahu e Trump, ma che Meloni “non ha rialzato la schiena, ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. È questa immagine, il riferimento alle ginocchiere, a scatenare la bufera in Aula, con la premier che parlerà di “mancato rispetto delle donne” e una parte del centrosinistra che leggerà la frase come un’allusione sessuale.

La metafora di Silvestri, che voleva colpire la postura politica del governo rispetto ai leader stranieri, si trasforma così in un caso di presunto sessismo, amplificato dalle immagini e dai video rilanciati sui social e dai siti di informazione.

La replica di Meloni: “Mai indossato ginocchiere”

La reazione della premier è immediata e molto politica. Meloni, nelle repliche finali, ribalta l’accusa sostenendo che quell’immagine non colpisce solo lei ma il rispetto dovuto a tutte le donne. “Quello che voi non riuscite ad accettare è che c’è una persona che senza mai indossare delle ginocchiere è arrivata dove è arrivata, senza aiuti, senza favoritismi e senza scorciatoie”, afferma in Aula, tra gli applausi del centrodestra. La leader di Fratelli d’Italia lega direttamente l’insulto al fatto di essere la prima donna presidente del Consiglio: “Vi dà fastidio che sia arrivata dalla destra perché voi non siete stati capaci a proporla”.

La sua risposta, rilanciata da testate e agenzie, diventa a sua volta un pezzo di narrazione identitaria: la premier che si presenta come autodidatta, priva di “scorciatoie”, attaccata da un’opposizione che, nella sua lettura, non sopporta che la prima donna a Palazzo Chigi provenga dal fronte conservatore. Un passaggio che si inserisce anche nel dibattito più ampio sulla collocazione dell’Italia in Europa e sui rapporti del governo con le destre internazionali.

Il chiarimento di Silvestri: “Critica politica, non sessismo”

Di fronte al “polverone”, Silvestri interviene nuovamente per chiarire il senso delle sue parole. Secondo quanto riportato dalle cronache, il deputato M5S insiste sul fatto che il riferimento alle ginocchiere era legato esclusivamente alla “postura politica” della premier nei confronti di Trump e Netanyahu, e che non c’era alcuna intenzione di allusione sessuale. Al Fatto Quotidiano, che gli dedica un’intervista di chiarimento, Silvestri spiega che la malizia sarebbe “di chi guarda”, rivendicando il diritto alla critica politica dura ma respingendo l’accusa di sessismo.

Nelle sue parole, riportate in Aula e nelle interviste, il grillino dice di essere dispiaciuto “per qualsiasi persona in buona fede che abbia frainteso” e accusa chi ha cavalcato la polemica di aver voluto strumentalizzare il termine per rovesciare su di lui l’etichetta di misogino. La linea è chiara: ammettere l’effetto polemico della metafora ma negare che il bersaglio fosse il genere della premier.

Le scuse di Ascani e la solidarietà del PD

Le reazioni non arrivano solo dal fronte di governo. Open ricostruisce il ruolo della vicepresidente della Camera Anna Ascani, del PD, che era al banco della presidenza durante l’intervento di Silvestri: in un secondo momento, Ascani si scusa pubblicamente per non essere intervenuta a richiamare il deputato. “Non ho colto questo senso e di questo mi scuso”, dichiara, riconoscendo che avrebbe dovuto bloccare o censurare l’espressione.

Sempre dal PD arrivano parole di solidarietà verso la premier: la deputata Lia Quartapelle definisce inaccettabile l’uso di immagini percepite come sessiste e ribadisce che il rispetto delle donne vale al di là delle divisioni politiche. Posizioni che mostrano come, almeno su questo episodio, una parte del centrosinistra scelga di non schierarsi automaticamente con l’opposizione a Meloni, ma di difendere una soglia minima di civiltà del linguaggio parlamentare.

La nota di Boldrini e il nodo del linguaggio

A intervenire è anche Laura Boldrini, che in una nota definisce “deprecabile” parlare di ginocchiere e “ridicolo” usare il maschile per rivolgersi a una donna che ricopre il ruolo di presidente del Consiglio. La parlamentare dem lega esplicitamente la polemica odierna a una battaglia più ampia: quella per l’uso corretto del genere nelle istituzioni, dalla formula “signora presidente” alle declinazioni femminili delle cariche pubbliche.

Boldrini contesta sia l’immagine delle ginocchiere sia la scelta di alcuni deputati di rivolgersi a Meloni come “signor presidente”, sottolineando che il linguaggio non è neutro e che minimizzare queste espressioni significa legittimare un clima di delegittimazione delle donne nelle posizioni di potere. In questo quadro, la sua nota diventa un ulteriore tassello nella lettura della vicenda come episodio di sessismo istituzionale, non solo come scambio di colpi tra maggioranza e opposizione.

La maggioranza compatta e il fronte mediatico

Dal lato della maggioranza, la risposta è compatta: Fratelli d’Italia parla di parole “vergognose”, i gruppi di centrodestra rilanciano la replica della premier e trasformano l’episodio in prova del presunto doppio standard dell’opposizione sui temi del rispetto delle donne. In varie ricostruzioni, viene sottolineato come Meloni abbia usato l’attacco per rafforzare la propria narrazione di leader che “ce l’ha fatta da sola”, nel solco di un racconto che valorizza la sua biografia personale e politica.

I media, intanto, si dividono tra chi enfatizza l’aspetto sessista, chi mette l’accento sulla durezza del linguaggio politico e chi legge l’episodio come un ennesimo segnale di degrado del confronto parlamentare. Alcuni commentatori notano come, a ruoli invertiti, una frase del genere avrebbe probabilmente scatenato un’ondata di condanne bipartisan ancora più vasta, evidenziando la fatica con cui il sistema politico italiano gestisce la dimensione di genere quando a guidare il governo è una donna di destra.

Al netto delle dichiarazioni e dei chiarimenti, la sequenza “ginocchiere – sessismo – guerra di genere” racconta molto del clima politico attuale: un Parlamento in cui l’invettiva prevale spesso sull’argomentazione, un’opinione pubblica pronta a polarizzarsi su ogni parola e un lessico che ancora fatica a misurarsi con la presenza delle donne nelle posizioni apicali. In questo scenario, il chiarimento di Silvestri e la nota di Boldrini non chiudono la vicenda, ma indicano quanto sia sottile il confine tra critica politica e insulto di genere, e quanto, per chi governa e per chi si oppone, ogni metafora sbagliata possa diventare un caso nazionale.

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