
Il giorno dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia, che ha bocciato la riforma costituzionale voluta dal governo con circa il 53-54% dei voti contrari e un’affluenza vicina al 59%, l’esecutivo rivendica la continuità della legislatura e concentra l’attenzione sulla nuova legge elettorale. Fonti di Palazzo Chigi e della maggioranza escludono l’ipotesi di una crisi politica e confermano che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non chiederà un voto di fiducia alle Camere, mentre in Parlamento entra nel vivo l’esame del disegno di legge che introduce un sistema proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione sopra il 40%, ballottaggio se nessuno supera il 35% e soglia di sbarramento al 3%.
Il risultato del referendum e la linea di Palazzo Chigi
Secondo i dati ufficiali e le principali ricostruzioni, il referendum costituzionale sulla giustizia si è chiuso con la vittoria del No attorno al 53-54% dei voti, contro un Sì fermo al 46-47%, con un’affluenza nazionale appena sotto il 59%. La consultazione popolare ha quindi respinto la riforma che prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Csm e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma, interventi che il governo Meloni aveva indicato come architrave del proprio progetto di revisione dell’assetto della magistratura.
All’indomani del voto, fonti di governo hanno chiarito che la premier non intende collegare l’esito del referendum alla tenuta dell’esecutivo e non è orientata a chiedere un voto di fiducia, rivendicando che non esiste “una crisi politica” e che la maggioranza continuerà la legislatura nel solco del programma presentato agli elettori. In un video diffuso sui social subito dopo i risultati, Meloni ha parlato di sconfitta che “va rispettata”, ma ha insistito sulla volontà di “andare avanti con responsabilità e determinazione”, mentre i principali esponenti di governo hanno sottolineato la necessità di “ascoltare il messaggio” arrivato dagli elettori senza considerarlo un voto di sfiducia sull’intero esecutivo.
La riforma elettorale in Parlamento
Nel frattempo è iniziato alla Camera l’esame della proposta di legge elettorale presentata dai capigruppo di maggioranza, che introduce un impianto proporzionale con un premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge almeno il 40% dei voti validi a livello nazionale. In base ai testi depositati, il premio si concretizza nell’assegnazione di seggi aggiuntivi rispetto a quelli ottenuti in modo proporzionale, con un tetto massimo che impedisce alla coalizione vincente di superare il 60% dei parlamentari e con una ripartizione che prevede 70 seggi bonus alla Camera e 35 al Senato.
Se nessuna coalizione dovesse superare la soglia del 40%, è previsto un ballottaggio nazionale tra le due coalizioni che hanno ottenuto almeno il 35% dei voti, al termine del quale scatterebbe comunque il meccanismo del premio per garantire una maggioranza parlamentare stabile. Il testo fissa inoltre una soglia di sbarramento al 3% per i partiti che partecipano alla competizione, sia alla Camera sia al Senato, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la frammentazione e scoraggiare la proliferazione di liste minori, pur mantenendo un impianto complessivamente proporzionale.
La strategia della maggioranza tra tenuta politica e “stabilità” istituzionale
Nel ragionamento di Palazzo Chigi e dei vertici del centrodestra, l’accelerazione sulla legge elettorale serve anche a ribadire che il voto referendario non ha aperto una fase di paralisi, ma si inserisce in un percorso più ampio di riforme istituzionali che comprende il premierato e la revisione delle regole del sistema di voto. Il premio di maggioranza condizionato a una soglia minima e il doppio turno in caso di coalizioni sotto il 40% vengono presentati come strumenti per evitare governi deboli e instabilità, in un quadro in cui la maggioranza rivendica il proprio mandato elettorale e la necessità di “dare certezze” sulla durata della legislatura.
Allo stesso tempo, l’esito del referendum ha reso più evidente la necessità per l’esecutivo di ricompattare i propri gruppi parlamentari dopo una sconfitta politica che le opposizioni hanno letto come un segnale diretto alla presidente del Consiglio. In questo contesto, l’avvio dell’iter parlamentare sulla legge elettorale diventa uno dei terreni su cui misurare la coesione del centrodestra, chiamato a tenere insieme le richieste dei partiti minori, preoccupati dalle soglie e dalla distribuzione del premio, e l’esigenza di mantenere un impianto che valorizzi le coalizioni rispetto alle singole forze politiche.


