Roman Abramovich è uno degli uomini più ricchi e influenti usciti dalla stagione delle privatizzazioni russe, ma negli ultimi anni il suo nome è legato soprattutto alla guerra in Ucraina e a una funzione inaspettata: quella di messaggero tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin. Un ruolo ibrido, a metà tra diplomazia ufficiale e canali informali, che alimenta domande sulla natura del potere degli oligarchi russi e sulla crisi degli strumenti tradizionali di mediazione.
Dall’orfanotrofio all’élite russa
Roman Arkadievič Abramovich nasce nel 1966 a Saratov, nella Russia sud-occidentale, e resta orfano in giovane età, crescendo tra parenti e ambienti modesti prima di entrare nel mondo degli affari negli anni del crollo sovietico. Come molti oligarchi, costruisce la propria fortuna nelle privatizzazioni degli anni Novanta, soprattutto nel settore petrolifero, accumulando un patrimonio stimato in diversi miliardi di euro.
Negli anni Duemila diventa una figura di primo piano anche nelle istituzioni: è governatore della regione russa di Chukotka dal 2000 al 2008, rafforzando ulteriormente il proprio legame con il Cremlino. La vera svolta in termini di visibilità internazionale arriva però nel 2003, quando acquista il Chelsea, trasformandolo nel club più vincente dell’era moderna del calcio inglese e costruendo un’immagine di mecenate globale.
I legami con Putin e le comunità ebraiche
Abramovich viene spesso descritto come uno degli oligarchi più vicini a Vladimir Putin, al punto che parte dell’opposizione russa lo considera una delle figure chiave del sistema che mantiene il presidente al potere. Allo stesso tempo, ha costruito negli anni rapporti stretti con le comunità ebraiche sia in Russia sia in Ucraina, un capitale relazionale che si rivelerà decisivo quando la guerra esploderà.
Questa doppia appartenenza, interno all’élite putiniana ma con canali credibili anche a Kiev, fa di Abramovich un profilo unico nel panorama russo. Non è un diplomatico di carriera né un emissario ufficiale, ma il suo nome circola da tempo come quello di un uomo che “si trova bene con tutti” e che può parlare con ambienti tra loro inconciliabili.
L’ingresso nella guerra in Ucraina
Pochi giorni dopo l’invasione russa del febbraio 2022, filtrano le prime indiscrezioni: sarebbe stata Kiev a chiedere esplicitamente ad Abramovich di intervenire per favorire un canale di dialogo con Mosca. Il suo portavoce conferma che è stato contattato “per il sostegno al raggiungimento di una soluzione pacifica” e che si è recato in Bielorussia per assistere ai primi negoziati, pur senza un ruolo ufficiale al tavolo.
Nel giro di poche settimane, l’oligarca appare a margine dei colloqui di Istanbul, dove partecipa in qualità di “uditore”, secondo le ricostruzioni di stampa, con l’obiettivo di facilitare la comunicazione tra le delegazioni. Il Cremlino ne riconosce un coinvolgimento “nel garantire alcuni contatti tra parte russa e ucraina”, ma insiste nel sottolineare che non fa parte della delegazione ufficiale, quasi a schermarlo e insieme a poterlo smentire in caso di fallimento.
La lettera di Zelensky a Putin
Uno degli episodi più simbolici del suo ruolo di messaggero è quello della famosa lettera scritta a mano da Zelensky e portata a Putin. Secondo ricostruzioni della stampa internazionale riprese dai media italiani, Abramovich avrebbe incontrato il presidente russo consegnandogli il foglio con le proposte ucraine, ricevendo in cambio una reazione pubblicamente furiosa ma, in privato, un segnale di interesse verso una possibile trattativa.
Abramovich diventa così, nelle parole di vari osservatori, “la chiave per arrivare a Putin” in un contesto in cui persino i negoziatori russi al tavolo ammettono di non avere contatto diretto con il Cremlino. Zelensky, secondo le stesse fonti, chiede agli Stati Uniti di non colpire subito l’oligarca con le sanzioni più pesanti, proprio per non bruciare uno dei pochi intermediari in grado di parlare con entrambi i presidenti.
Il presunto avvelenamento e il grano
Il suo ruolo di mediatore informale non è privo di rischi. Nel marzo 2022 emergono notizie su un possibile avvelenamento che avrebbe colpito Abramovich e alcuni negoziatori ucraini, con sintomi compatibili con l’uso di sostanze chimiche, interpretato da alcuni come un avvertimento interno alle élite russe. L’episodio resta avvolto nell’ambiguità, tra smentite ufficiali e ricostruzioni giornalistiche, ma conferma quanto sia delicata la sua posizione.
Parallelamente, varie fonti accreditano ad Abramovich un contributo determinante alla negoziazione dell’accordo sul grano del Mar Nero, che per un periodo ha permesso l’export dei cereali ucraini nonostante il conflitto. Lo stesso vale per alcuni scambi di prigionieri e operazioni umanitarie, ambiti in cui la sua capacità di muoversi su entrambi i fronti si è rivelata utile anche dopo il fallimento dei negoziati più ambiziosi.
Il ritorno del 2026
Nel 2026, mentre la guerra è ormai entrata in una fase di logoramento, il suo nome torna al centro della scena. Zelensky conferma pubblicamente che Abramovich ha agito come messaggero tra Kiev e Mosca su possibili nuovi colloqui di pace: l’ex proprietario del Chelsea si sarebbe presentato nella capitale ucraina con un messaggio russo e si sarebbe offerto di riportare una risposta direttamente a Putin.
Secondo fonti citate dal Financial Times e da altri grandi quotidiani, il presidente ucraino gli avrebbe chiesto di riferire al Cremlino la sua disponibilità a un incontro diretto con Putin, in una sede neutrale e alla presenza, se necessario, di Donald Trump e di leader europei. Putin, al momento, avrebbe giudicato inutile il faccia a faccia, ma il solo fatto che questo tentativo passi ancora una volta da Abramovich dimostra quanto il suo canale resti, nonostante sanzioni e isolamento, un tassello reale della diplomazia di guerra.
Figura ambigua tra diplomazia e interesse personale
Abramovich incarna bene l’ambivalenza degli oligarchi russi: attore privato, sottoposto a sanzioni, ma ancora necessario in un sistema dove i legami personali contano tanto quanto le cariche istituzionali. I suoi detrattori lo accusano di usare la diplomazia parallela per proteggere patrimonio e reputazione; chi lo difende sottolinea che, in assenza di fiducia tra Stati, sono proprio figure ibride come lui a poter aprire spiragli di dialogo.
Oggi Abramovich resta un mediatore senza mandato ufficiale, ma con un capitale relazionale che nessun governo può ignorare. Se e quanto questa “diplomazia degli oligarchi” riuscirà davvero a incidere sul destino della guerra è ancora tutto da vedere, ma la sua storia racconta già molto del mondo in cui si negoziano, nel bene e nel male, le guerre del XXI secolo.
Il suo ritorno si inserisce nella stessa fase in cui Zelensky prova a spostare la guerra sul terreno della diplomazia e in cui l’Europa cerca di capire se può contare davvero mentre Washington guarda anche ad altri fronti. Abramovich non sostituisce la diplomazia ufficiale, ma mostra quanto, nelle crisi più chiuse, i canali laterali possano diventare decisivi.


