La rottura tra la Roma e Claudio Ranieri nasce da uno scontro di versioni sul mercato con Gian Piero Gasperini e si consuma con una decisione che l’allenatore testaccino definisce senza giri di parole “unilaterale” da parte del club. Sullo sfondo, una domanda che Roma non può evitare: tra Ranieri e Gasperini, chi non sta raccontando la verità?
Il comunicato di Ranieri e la versione “unilaterale”
Il club, come sempre, ha scelto la formula corporate: comunicato secco, tono istituzionale, ringraziamenti di rito. Si parla di “terminato il rapporto con Claudio Ranieri”, del “significativo contributo” dato alla Roma e di gratitudine per aver guidato la squadra in un momento difficile. Tutto pulito, sterilizzato, scritto per non lasciare tracce.
Ranieri, invece, fa il contrario. Affida all’ANSA un comunicato dai toni signorili (come spesso con Ranieri) ma pesanti. Soprattutto in un passaggio: l’interruzione del rapporto di senior advisor – chiarisce – è frutto di una “determinazione unilaterale della società”. Non una separazione consensuale, non un addio condiviso: una scelta presa dai Friedkin, punto. E lo fa rivendicando “trasparenza”, “fedeltà alla verità dei fatti” e “amore per la maglia che rappresenta una seconda pelle”. Tradotto: io ci metto la faccia, qualcun altro si nasconde dietro la nota stampa.
Il finale, “Forza Roma sempre”, è quasi il dettaglio più crudele. Perché in questa storia l’unico veramente romanista – per storia, per biografia e per appartenenza – è proprio quello che è stato accompagnato alla porta.
Il nodo vero: mercato, condivisione e scaricabarile
Tutta la vicenda ruota intorno al terreno più minato: chi ha deciso il mercato e chi oggi cerca di disinnescare la bomba delle responsabilità. Da un lato c’è Gasperini che, già da settimane, lamenta una Roma con troppi giocatori, pochi davvero utili e la necessità di muoversi con più selettività, citando profili “alla Malen e alla Wesley” come modello di operazione giusta. Il messaggio è chiaro: bastano pochi innesti mirati, non trenta facce nuove di cui metà fuori contesto.
Dall’altro c’è Ranieri che, prima di Roma–Pisa, rompe il silenzio e mette sul tavolo un concetto dirompente: tutti gli acquisti sono stati condivisi con l’allenatore. Non qualcuno, non a grandi linee: tutti. È una frase che sposta l’asse della discussione, perché rimette Gasperini dentro la stanza delle decisioni, non fuori.
È lì che il sistema entra in crisi. Perché se il senior advisor dice pubblicamente che ogni scelta di mercato è stata condivisa, l’allenatore non può più raccontarsi come vittima di un caos costruito da altri. E infatti, pochi giorni dopo, Ranieri non c’è più.
La conferenza del 24 aprile: ora il “colpevole” è Massara
Le parole di oggi di Gasperini aggiungono un ulteriore livello di contraddizione. Il tecnico racconta un mercato in cui il ds Massara gli proponeva giocatori che lui non conosceva nemmeno, e lui si sarebbe limitato a dirgli che se per lui andavano bene, poteva prenderli. È un racconto che, se preso alla lettera, smentisce non solo la “condivisione” rivendicata da Ranieri, ma anche l’idea di un allenatore centrale nel progetto tecnico.
Se gli acquisti li valuta il direttore sportivo e l’allenatore li ratifica quasi sulla fiducia, allora il famoso “progetto Gasperini” diventa improvvisamente un’altra cosa: non un piano costruito intorno alle sue idee, ma un mosaico messo insieme dall’area sportiva e solo tollerato in panchina. Che però non è quello che è stato venduto all’opinione pubblica nei mesi scorsi.
Il risultato è una triangolazione velenosa:
- Ranieri sostiene che le scelte sono state condivise.
- Gasperini dice che molti giocatori non li conosceva e rimanda la responsabilità su Massara.
- La società, nel dubbio, licenzia Ranieri e tiene Gasperini, mentre il ds diventa automaticamente il prossimo possibile parafulmine.
Se non è scaricabarile questo, cos’è?
La frase monito di Ranieri sugli allenatori “categoria più bugiarda”

In tutto questo, torna in mente una battuta di Ranieri di qualche mese fa, lanciata con il sorriso in conferenza: gli allenatori – aveva detto – sono “la categoria più bugiarda”, più dei calciatori, e quelli che hanno giocato a calcio e poi allenano sono “ancora più bugiardi”. All’epoca si era presa come una provocazione divertita, una frecciatina al sistema.
Oggi quella frase sembra una sceneggiatura. Perché il punto è proprio questo: qui qualcuno non sta dicendo la verità. O mente Ranieri, quando insiste sulla condivisione totale del mercato con Gasperini, o mente Gasperini, quando scarica l’origine dei nomi su Massara e si descrive come una sorta di controllore distratto, pronto a dire se per te vanno bene, prendili. Non esiste una versione in cui questi due racconti convivono senza che uno dei due crolli.
Il boomerang è evidente: Ranieri ha descritto gli allenatori come “i più bugiardi”. Ora è dentro lo stesso paradosso che ha evocato. Ma questo non assolve Gasperini, che in poche settimane è passato dal reclamare un mercato più mirato a dipingersi come quasi estraneo alle scelte fatte. In mezzo, l’unica cosa certa è che la Roma continua a vivere in un eterno presente in cui la verità è fluida, adattata al bisogno comunicativo del giorno.
Friedkin, storia e bandiere bruciate
Sullo sfondo, c’è la proprietà. I Friedkin hanno preso la Roma, ci hanno messo soldi veri e hanno costruito una governance che risponde a logiche aziendali, più che sentimentali. Il problema è che la Roma non è una fabbrica di bulloni. È un club che vive di identità, simboli, storia.
Dopo aver esonerato Daniele De Rossi, ora cacciano Ranieri: due figure che per il romanista non sono nomi qualunque, ma pezzi di identità. E lo fanno mentre nei comunicati parlano di “storia”, di “significativo contributo”, di “gratitudine”. Parole perfette, ma vuote se poi l’azzeramento è la risposta ogni volta che un pezzo di quella storia osa contraddire la linea aziendale.
La domanda è semplice: se Ranieri era il senior advisor dei Friedkin, e non l’ombra di Gasperini, perché la proprietà ha preferito licenziarlo invece di metterlo davvero in condizione di fare il suo mestiere? Perché non hanno scelto la strada più complessa ma più sana: chiudere Gasperini e Ranieri in una stanza, chiarire la storia degli acquisti, definire ruoli e responsabilità, e poi uscire con una linea unica?
Perché è più facile bruciare una bandiera che gestire un conflitto. De Rossi è stato sacrificato, ora è toccato a Ranieri. Bandiere a parte, il prossimo nella linea del fuoco rischia di essere Massara, già messo nel mirino dalle parole dell’allenatore.
Cosa avrebbe dovuto fare la Roma
Invece di arrivare all’ennesimo “o me o lui” risolto a colpi di comunicato, la Roma avrebbe dovuto fare l’esatto contrario di ciò che ha fatto:
- imporre un chiarimento pubblico e privato tra Gasperini, Ranieri e Massara, con una versione unica su chi decide cosa,
- impedire lo scaricabarile sul mercato, chiarendo che le scelte si fanno insieme e si difendono insieme,
- usare la storia della Roma come collante, non come fastidio da rimuovere quando disturba.
Così, invece, resta l’idea di una società che si riempie la bocca di “storia” ma la tratta come un brand da mettere a bilancio. E che mentre prova a blindare il proprio allenatore, apre un buco di credibilità: perché se tra Gasperini e Ranieri uno mente, allora non è solo una questione di mercato. È una questione di fiducia. E la fiducia, a Roma, non la compri con un comunicato.


