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Trump e Xi, il vertice delle apparenze che non risolve nulla

Trump parla di successo «12 su 10», Xi ottiene il riconoscimento paritario. Ma Taiwan resta tabù e i dossier chiave rimangono sospesi.

Il presidente americano Donald Trump ha definito il vertice con Xi Jinping «un successo 12 su 10». Il leader cinese ha ottenuto la conferma che la Cina è sullo stesso piano degli Stati Uniti. Entrambi sorridono, entrambi dichiarano vittoria. Eppure, a guardare i risultati concreti dell’incontro di Pechino tra Trump e Xi concluso il 13 maggio, emerge un quadro ben diverso: un vertice costruito sulle apparenze, dove i due leader hanno raggiunto un compromesso di facciata che lascia irrisolte tutte le questioni davvero spinose. È la diplomazia dell’ambiguità elevata a sistema, dove vincono entrambi proprio perché nessuno ha davvero ceduto.

La vittoria a 360 gradi che nasconde lo stallo

L’entusiasmo di Trump è palpabile: «Un grande successo, forse il migliore della mia carriera diplomatica», avrebbe dichiarato secondo fonti della Casa Bianca. Il presidente americano ha ottenuto promesse cinesi sull’acquisto di petrolio americano, sulla non militarizzazione dello Stretto di Hormuz e su una generica «cooperazione» in Medio Oriente. Xi Jinping, dal canto suo, ha conseguito l’obiettivo simbolico più importante: essere trattato da pari dagli Stati Uniti, con un incontro a Pechino che conferma la Cina come potenza globale di primo livello.

Ma cosa è stato davvero deciso? Molto poco di concreto. I dossier più sensibili, Taiwan, le armi americane all’isola, il ruolo della Cina nella stabilizzazione dell’Iran, sono rimasti sostanzialmente in sospeso. Il comunicato finale è un capolavoro di diplomazia vaga: impegni generici, dichiarazioni di principio, nessun vincolo reale. Trump ha parlato di «progressi straordinari», Xi ha sottolineato «il rispetto reciproco», ma nessuno dei due ha specificato cosa accadrà concretamente nei prossimi mesi.

Il paradosso è evidente: entrambi hanno bisogno di dichiarare vittoria per ragioni di politica interna. Trump deve dimostrare agli elettori americani di essere in grado di gestire la Cina meglio di Biden, Xi deve mostrare al Partito Comunista di aver difeso la sovranità cinese. Il risultato è un vertice costruito più per le fotografie che per i contenuti, dove la retorica trionfalista nasconde uno stallo sostanziale.

Taiwan, il dossier espunto che dice tutto

L’assenza di Taiwan dal comunicato finale è l’elemento più rivelatore dell’incontro. La Casa Bianca ha confermato che la posizione americana sulla vendita di armi all’isola non è cambiata. Per Xi, Taiwan è una «linea rossa» invalicabile, il tema su cui non può accettare compromessi senza perdere credibilità interna. Per Trump, abbandonare Taiwan significherebbe tradire un alleato storico e cedere terreno strategico nel Pacifico.

Il risultato è che Taiwan è stata semplicemente rimossa dall’agenda ufficiale. Non c’è stato confronto, non c’è stata trattativa, semplicemente un accordo tacito a non parlarne. Questa omissione è più significativa di qualsiasi dichiarazione: rivela che su Taiwan le posizioni sono così inconciliabili che affrontare il tema avrebbe fatto saltare l’intero vertice. Meglio fingere che il problema non esista, almeno per ora.

Il nodo resta lo stesso già emerso nella strategia cinese su Taiwan e opposizione interna: Pechino considera l’isola parte del proprio perimetro politico, Washington la considera un presidio decisivo nel Pacifico. Non è una differenza tattica, è una frattura strategica.

L’approccio ricorda la diplomazia della guerra fredda, quando Stati Uniti e Unione Sovietica evitavano accuratamente di mettere sul tavolo i temi davvero divisivi, preferendo concentrarsi su questioni secondarie dove un compromesso era possibile. Il rischio è che questa strategia dell’evitamento funzioni solo nel breve termine, mentre le tensioni su Taiwan continuano ad accumularsi sotto la superficie.

Iran e Hormuz: l’accordo di facciata

La promessa cinese di non militarizzare lo Stretto di Hormuz e di aiutare nella stabilizzazione dell’Iran è stata presentata come un grande successo da Trump. Ma quanto vale realmente questa promessa? La Cina ha enormi interessi economici in Iran, è il principale acquirente di petrolio iraniano e ha investimenti massicci nelle infrastrutture del Paese. Chiedere a Pechino di «aiutare» a contenere l’Iran è come chiedere alla Russia di mediare in Ucraina: un esercizio di ipocrisia diplomatica.

Xi ha accettato di «non militarizzare» Hormuz, ma cosa significa concretamente? La Cina non aveva comunque intenzione di inviare navi da guerra nel Golfo Persico. Promettere di non fare qualcosa che non si aveva intenzione di fare è il classico esempio di concessione a costo zero. Quanto all’impegno ad acquistare più petrolio americano, è una promessa già sentita durante i negoziati commerciali del primo mandato Trump, promessa che la Cina ha regolarmente disatteso quando le condizioni di mercato non erano favorevoli.

Il tema resta cruciale perché Hormuz rimane il nodo nei rapporti tra Iran e Stati Uniti, e quindi uno dei punti in cui le promesse cinesi possono diventare subito verificabili o rivelarsi soltanto retorica.

Gli analisti di politica estera americani si chiedono: cosa impedirà a Xi di cambiare idea fra sei mesi, se i rapporti con Washington si deterioreranno di nuovo? Le promesse diplomatiche senza meccanismi di verifica e sanzioni sono carta straccia. Trump può dichiarare vittoria oggi, ma se tra un anno la Cina non avrà mantenuto gli impegni, cosa farà? Riaprire lo scontro commerciale? Imporre nuovi dazi? Il rischio è che questo vertice abbia semplicemente rinviato il confronto, non risolto nulla.

Il 24 settembre alla Casa Bianca: appuntamento rimandato o resa dei conti?

Il prossimo incontro è fissato per il 24 settembre 2026 a Washington. Sarà quello il vero banco di prova: Trump potrà verificare se le promesse di Xi sono state mantenute, e Xi vedrà se gli Stati Uniti hanno davvero intenzione di trattare la Cina da pari o se torneranno alla linea dura. Ma il rischio è che anche quel vertice si trasformi in un nuovo esercizio di diplomazia delle apparenze, con altri comunicati vaghi e altre dichiarazioni di vittoria reciproca.

La realtà è che Stati Uniti e Cina hanno interessi strutturalmente divergenti su troppi dossier: Taiwan, tecnologia, influenza nel Pacifico, rapporti con l’Iran. Nessun vertice bilaterale può risolvere queste divergenze, perché non sono problemi tecnici ma scelte strategiche fondamentali. Trump può parlare di «grande amicizia personale» con Xi, ma le dinamiche geopolitiche vanno ben oltre i rapporti personali tra leader.

Il vertice di Pechino è stato un successo mediatico e un fallimento sostanziale. Ha evitato un’escalation immediata, ha creato un clima di dialogo, ha dato a entrambi i leader la narrativa di vittoria di cui avevano bisogno. Ma non ha risolto nulla. Taiwan resta un problema irrisolto, l’Iran continua a essere un terreno di scontro, la competizione tecnologica e commerciale prosegue.

Settembre dirà se questo è stato l’inizio di un nuovo corso nei rapporti Usa-Cina o semplicemente una tregua tattica prima della prossima crisi. Per ora, Trump e Xi hanno dimostrato di saper vincere entrambi senza che nessuno perda. Il prezzo di questa abilità diplomatica lo pagheranno nei mesi a venire, quando la realtà dei dossier irrisolti tornerà a bussare alla porta.

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