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Spionaggio Israele-USA, il caso Witkoff: cosa dice il report del Pentagono

Il report del Pentagono su Israele riapre il tabù dello spionaggio tra alleati e mette al centro Steve Witkoff, emissario di Trump sul dossier Iran.

Negli ultimi giorni, a Washington è emersa una crepa in una delle alleanze più solide e sensibili al mondo: quella tra Stati Uniti e Israele. Secondo rivelazioni della stampa americana, un report della Defense Intelligence Agency del Pentagono avrebbe innalzato al livello massimo la minaccia di controspionaggio rappresentata da Israele, descrivendo una campagna di spionaggio contro funzionari di alto profilo dell’amministrazione Trump, in particolare legati al dossier Iran. Al centro del caso c’è il nome di Steve Witkoff, uomo di fiducia del presidente, incaricato di seguire i canali informali e ad alta discrezione dei negoziati in Medio Oriente.

Il report DIA e l’allarme critical

Il documento della DIA, stando a quanto riportato dai principali media statunitensi, sostiene che la capacità israeliana di condurre sia spionaggio umano sia raccolta tecnica nei confronti di obiettivi americani avrebbe raggiunto un livello critico. Questo giudizio avrebbe portato l’apparato di difesa a innalzare la minaccia di controspionaggio su Israele alla categoria più alta delle proprie scale interne, un segnale che, in linguaggio burocratico, equivale a dire che il problema non è episodico ma strutturale.

La ricostruzione dei giornali parla di una serie di episodi: dal tentativo di penetrare le comunicazioni di funzionari del Pentagono all’uso di strumenti di sorveglianza sui dispositivi di personale americano di stanza in Israele. In questo quadro, l’attenzione dei servizi si sarebbe concentrata su chi, all’interno della nuova amministrazione Trump, aveva la chiave d’accesso alle vere intenzioni della Casa Bianca sulla guerra con l’Iran, sulle possibili tregue e sui margini di un eventuale negoziato.

Witkoff, Colby e DiMino

Secondo le fonti citate dalla stampa USA, la lista dei bersagli di maggiore interesse per Israele sarebbe sorprendentemente corta ma molto pesante. In cima, Steve Witkoff, imprenditore vicino a Trump e suo emissario nelle trattative più delicate con Teheran e con gli attori regionali, una figura meno visibile dei tradizionali diplomatici, ma cruciale per capire le oscillazioni del presidente tra escalation militare e aperture negoziali.

Accanto a lui, i report menzionano Elbridge A. Colby, capo delle politiche del Pentagono, e il suo vice Michael DiMino, ovvero la coppia di funzionari incaricata di tradurre in dottrina militare le decisioni sul Medio Oriente, dalla postura verso l’Iran alla gestione dei teatri regionali. L’ipotesi degli analisti è che, controllando le conversazioni e i movimenti di questi pochi uomini, l’intelligence israeliana potesse intuire in anticipo le mosse americane, correggere la propria strategia militare e diplomatica e, se necessario, provare a influenzare le scelte di Washington.

Il tabù dello spionaggio tra alleati

A rendere la vicenda esplosiva non è solo la gravità tecnica delle presunte operazioni, ma il fatto che a muoversi sarebbe un alleato considerato “intimo” e destinatario di una quantità eccezionale di informazioni sensibili. Negli ambienti della sicurezza americana è da tempo un segreto di Pulcinella che Stati Uniti e Israele si spino a vicenda, esattamente come accade, con varie intensità, tra Washington e altri partner chiave in Europa o in Asia.

La differenza, questa volta, starebbe nella scala e nell’aggressività delle attività israeliane, descritte da almeno un funzionario USA come fuori controllo. Non più singoli episodi gestiti a livello tecnico, ma un pattern sistematico, in particolare durante la seconda amministrazione Trump e nel cuore della crisi con l’Iran. Quando lo spionaggio reciproco resta sotto traccia, il sistema lo assorbe. Quando invece viene formalizzato in un report che parla di minaccia critica, il non detto diventa molto più difficile da gestire.

La guerra con l’Iran come acceleratore

Il contesto non è secondario. L’innalzamento del livello di minaccia arriva mentre la guerra con l’Iran ha trasformato il Medio Oriente in un gigantesco tavolo da poker, dove ogni informazione anticipata su alleati e avversari vale più di molte divisioni corazzate. Israele, che si percepisce minacciato dal programma nucleare e missilistico di Teheran, ha un interesse vitale a sapere se e quando Washington è pronta a frenare, accelerare o deviare il corso della guerra.

Da qui la tentazione di spingersi oltre quanto fosse ritenuto accettabile fino a pochi anni fa, provando a entrare nella “stanza dei bottoni” americana non solo per mezzo dei canali diplomatici ufficiali, ma anche attraverso l’ascolto di chi, come Witkoff, fa da ponte diretto tra Trump e il resto dell’apparato. Nella logica di Tel Aviv, potrebbe essere una forma di assicurazione strategica; nella logica del Pentagono, una violazione della fiducia che mette a rischio l’intero ecosistema di scambio d’intelligence.

Le smentite ufficiali

Sul piano pubblico, la reazione è stata rapida e prevedibile. L’ambasciata israeliana a Washington ha definito false le accuse, ribadendo che Israele non raccoglie informazioni contro gli Stati Uniti e che le proprie attività sono rivolte esclusivamente a nemici e minacce reali. Dalla Casa Bianca, fonti anonime hanno a loro volta ridimensionato i racconti dei media, sostenendo che si tratti di resoconti basati su fonti prive di conoscenza reale delle dinamiche in corso.

È la classica diplomazia del “non è successo nulla” che accompagna, da decenni, ogni crisi di spionaggio tra alleati: smentite nette verso l’esterno, negoziati silenziosi dietro le quinte. Ma il fatto stesso che il Pentagono abbia messo nero su bianco un allarme di questa entità suggerisce che, al di là delle dichiarazioni, qualcosa si sia incrinato nel rapporto di fiducia.

Il rischio di una Pollard 2.0

Sullo sfondo della vicenda aleggia lo spettro del caso Pollard, la spia americana che passò informazioni a Israele negli anni Ottanta e che, per decenni, ha avvelenato i rapporti tra i due Paesi. Allora, la risposta di Washington fu durissima: condanna pesante, linea esemplare e uno stigma che ha pesato a lungo sulla cooperazione di intelligence.

Oggi nessuno, né a Washington né a Tel Aviv, sembra avere interesse a un remake di quella crisi in piena guerra con l’Iran. Ma l’etichetta di “minaccia critica” affibbiata alle presunte operazioni di spionaggio israeliane apre un fronte nuovo: se non sarà gestita con cautela, potrebbe tradursi in restrizioni sull’accesso di Israele a informazioni sensibili, ritardi nello scambio di dati operativi e, nel lungo periodo, in un riequilibrio interno all’alleanza.

È qui che il caso Witkoff diventa qualcosa di più di un semplice scandalo di spionaggio: è il test della capacità di Stati Uniti e Israele di riconoscere, e contenere, i propri reciproci eccessi senza trasformare la necessità di sapere tutto dell’altro in un boomerang strategico. Lo stesso scarto si è già visto nella tensione tra Trump e Netanyahu sul dossier Libano, raccontata dalla telefonata che ha cambiato il clima tra Washington e Tel Aviv, e nel negoziato con Teheran, dove la pace a tempo con l’Iran resta il punto più sensibile della strategia americana.

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